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27 giugno
cavézza - Dal
lat. capĭtia, neutro plur. di capĭtium,
ossia 'apertura superiore della tunica per cui passa
il collo' (da căput, 'capo'); la voce
proviene dall'area lombarda. Letteralmente, la
cavézza è il finimento per la testa degli equini
e dei bovini, per condurli a mano o tenerli legati
alla greppia
cùccuma - Dal
latino cŭccuma(m), ha incerta etimologia; il
Dizionario Panzini del 1905 registra cògoma,
coccuma, cuccuma definendolo "termine di origine
dialettale e familiare, il primo più lombardo, il
secondo del centro Italia" e indica il piccolo
recipiente di rame o di latta di forma ollare {ossia
di pentola, ndr}, con manico ad ansa, nel quale si
scalda l'acqua, specialmente per il caffè. In
Toscana viene definita 'bricco'. E
letteralmente, infatti, cùccuma significa
bricco.
culatello-
E' un derivato di culo (termine di orig.
indeuropea); è una voce emiliana (culatèll
nel parmigiano).
cùlla -
Etimologicamente deriva da cūnula a sua volta
diminutivo di cūna, il quale ha etimologia
incerta. Letteralmente, cùna significa
'cavità, piccolo avvallamento del terreno'. Ma già
prima di Dante significa, appunto, culla.
24 giugno
tampùs - s.m.
(voce del dialetto veneto giuliano, a Trieste, ma
anche piemontese: tambùso, e siciliano:
tompùssu). Significa 'omiciattolo, nanetto'.
Deriva dal nome d'arte di un celebre nano, Tom
Pouce, che, con il famoso circo Barnum, passò in
Italia verso il 1850.
tanàu - agg.
(sardo, a Naule). Significa 'blu'; nel sardo
campidanese (attanàu a Fonni) 'vestito di
mezzo lutto violetto o bruno'; a Bitti si dice
tanàtu, che vuol dire 'livido'. La voce proviene
dal catalano tanat 'di color lionato scuro'.
tappacùru -
s.m., è laziale ma anche abruzzese (nella forma
tappaculë) significa 'inganno, fregatura,
perdita grave nel commercio'. Come nell'italiano
familiare e dialettale inculata, e deriva da
tappà 'tappare', e curu, culë, 'culo'.
tàpari - s.m.
plur. si tratta di voce piemontese; in còrso
tàppanu, tàbanu; ligure: tàpani; sardo -
sia logudorese sia campidanese -: tàp(p)ara.
Significa 'cappero, capperi', e deriva dal lat.
capparis (a sua volta dal greco kàpparis)
'cappero' con mutamento della consonante iniziale
che si ritrova anche nell'antico provenzale
tapera, catalano e aragonese tapara (da
questa forma dipende il sardo).
22 giugno
tòga - s.f. Voce
dotta, lat. tŏga(m), propriamente:
'copertura' (dal verbo tĕgere 'coprire,
ricoprire', di orig. indeuropea); poi, 'veste' da
uomo o da donna, indifferentemente, finché non si
specializzò come 'sopravveste maschile' con
ulteriori differenziazioni dal lat. pălliu(m)
dei Greci o dalla tŭnica(m) delle classi
inferiori. Ne derivò togatū(m) cioè 'vestito
con la toga'.
torménto -
Lat. tormĕntu(m) 'strumento di tortura' (dal
verbo torquēre 'torcere'), poi la 'tortura'
stessa, anche in senso fig. Tormentare:
'mettere alla tortura', straziare con pene e
tormenti fisici (1300-13, Dante).
zitella -
Diminutivo di zita (cita nel XIII
sec.); si tratta di un corrispondente meridionale
del toscano cita, di forma bambinesca. {Sign.
letterale: 'donna nubile', 'fanciulla' (nel XIV
sec.) poi, con sign. scherz. o spreg. 'donna nubile
e non più giovane (dal 1961)}.
Un po' di dialetto
- Termini e locuzioni dialettali d'Italia e la
loro (eventuale) etimologia, tanto per cambiare un
po'. (Se hai richieste e curiosità da soddisfare,
puoi scrivere! Clicca sull'ape, che ti condurrà alla
home page, e poi su scrivete, oppure lascia
un commento).
17 giugno
Paperone -
m., rarissimo. Nome di un nobile personaggio
spoletino del XIV sec.: Paperon de' Paperoni,
a cui si sono ispirati i traduttori dei fumetti di
W. Disney, alla ricerca di un equivalente italiano
di Scroogie (il nome originale nell'inglese
d'America dello zio di Paperino). Scroogie a
sua volta deriva dal personaggio letterario, famoso
per la sua avarizia, Eleazer Scroogie,
protagonista del Cantico di Natale di Charles
Dickens.
portè la glùppa
- locuzione (marchigiano, ad Urbino). 'Portare
il dono' di capi di corredo e dolciumi da parte del
fidanzato alla fidanzata. Deriva da gluppa
'involto', propriamente 'viluppo', che designava il
grande fazzoletto annodato ai quattro capi, usato
solitamente per la spesa.
portafòi -
sm. plur. (romagnolo, a Lugo di Romagna). 'Lasagne
ripiene'; si preparano con un ripieno (batù)
simile a quello dei cappelletti, ma un po' più
fluido, si mangiano in brodo. Il termine,
letteralmente e come si può facilmente immaginare,
significa 'portafogli'; nella stessa zona questo
tipo di pasta si chiama anche lisàgn pini,
ossia 'lasagne (ri)piene.
pòvar Gaudènz (el)
- locuz. sostant. (lombardo, nel comasco). 'La
buonanima'. Si tratta di un'espressione
esemplificativa che si avvale del comunissimo nome
Gaudenzio, diffuso specialmente nella Svizzera
romancia, dove l'espressione più frequente è del
tipo Gudens barmìar (o parmìart).
Deriva dal latino Gaudentius bonae memoriae;
nel grigionese è nota anche la forma el pòr
Gaudenzi.
porcherìa -
sf. (umbro, abruzzese, laziale - a Roma -).
Significa 'fulmine'. Nel Lazio viene chiamato anche
sporchìzia, sporcìzia, mentre a Cortona
porcarìa è la grandine e a Roma porcheria
è la 'risipola'. Si tratta di uno dei numerosissimi
termini 'tabù'; l'equivalente bergamasco è brodgà,
comasco bròdega 'fulmine'.
12 giugno
in derùta -
locuzione (ligure-piemontese, a Novi L.; piemontese,
in monferrino: an deruta). 'In rovina, in
fallimento'. Dal francese en déroute,
propriamente 'in rotta' in senso figurato.
indittài -
v. (sardo campidanese, a Sant'Antioco; a Baunei
ingittài) 'insegnare (a leggere)'; voce che
tuttavia si ritrova anche nel lombardo bergamasco:
indicià, 'insegnare, istruire', 'indicare,
mostrare'. E' dal latino parlato indictāre
'indicare', dal quale dipendono anche il pavese
antico indichiar 'insegnare, spiegare' il
milanese antico indicià 'manifestare', ed
alcune forme francesi, oltre all'italiano
indettare.
ratùni - sm.
pl. (laziale, a Mompeo Sabino). 'Graticci per
essiccare al sole mele tagliate a pezzi, fichi, uva;
sono usati anche per conservare le olive nei
magazzini in attesa di portarle alla mola, perché
non ammuffiscano'. Termine che proviene da grata
per perdita di g- (come in rattà per
grattà 'grattare', nello stesso dialetto).
ràule - sm.
(pugliese; in molisano: ràulë; abruzzese:ràvëjë;
campano: làurë; laziale: ràulu, làuru;
marchigiano, nel maceratese: làuru;
calabrese: àjrë, gàjulu, gàjru;
lucano: guàilë; siciliano: àjulu).
Significa 'rigogolo'. I termini sono tutti
continuazioni popolari del latino aureus
'fatto d'oro', come aggettivo sostantivato, con un
passaggio semantico da "di color oro" a "uccello
giallo".
gnignarìa -
sf. (siciliano; sardo: gnegnerìa, negnerìa).
'Bagatella, inezia, cosa da bambini'. Deriva dallo
spagnolo niñerìa, di significato analogo.
gnìgnërë -
sm. (abruzzese; umbro: gnégnero; toscano:gnégnero;
calabrese: gnégnu; siciliano: gnègnu,
gnègneru, ci sono poi altre varianti).
'Cervello, giudizio, comprendonio, intelligenza'.
Deriva da (in)gégno, con assimilazione
fonosimbolica.
boromèta -
sm. (lombardo, nel milanese). 'Merciaiolo
ambulante'. Si tratta della voce lombarda
borromèo o borromino, che designava
'venditore ambulante di stoffe di lana'; dalla
famiglia Borromeo, alla quale appartenevano
molti lanifici in Lombardia; attratto dal lombardo
girumèta, nome del
venditore ambulante di compassi. Quest'ultimo è una
forma svisata di geometra, con influsso di
girare.
bónda
-
sf. (piemontese: valsesiano). 'Località nascosta'.
Ricondotta al gallico *bunda 'convalle',
'conca'; riflesso per es. nel provenzale bondo
'terreno acquitrinoso' e verosimilmente alla base di
elementi toponomastici come Bondo, Bondeno
(in prov. di Trento).
borèla - sf.
(veneto). 'Palla da gioco', spec. al plurale,
'bocce'. E' il diminutivo di boro, da una
supposta base *borra, 'oggetto rotondo'.
drólu
-
agg. (ligure). 'Sempliciotto', 'faceto, che sa far
ridere'; (piemontese: dròl, con varianti)
'lepido, strano'. Proviene dal francese drôle
(di origine neerlandese), con diversi significati,
tutti di natura affettiva, che vanno da 'eccentrico'
a 'buon compagnone', da 'capriccioso' a 'gentile,
piacevole', a 'effeminato'.
drùa - sf.
(laziale, ad Amaseno). 'Donna dall'andatura svelta'.
Deriva dal nome (drua o truta) della
'spola, navetta', voce diffusa dalla Romagna al
Gargano e, anticamente, fino alla Sicilia; prob. di
origine slava (druga 'fuso per raddoppiare o
ritorcere il filo'), forse attraverso il greco, se
non risale direttamente al greco trôa 'filo'.
10 giugno
gabanòto -
sm. (veneto: Polesine). 'Benestante'. Deriva da
gabàn, elegante cappotto indossato usualmente
dal benestante.
gadóllo -
agg. (toscano: anche galóllo). 'Bello, buono,
forte, prestante, florido, pieno zeppo, satollo', ma
anche 'vanesio, gagà'. Deriva dall'ebraico gādhôl
'grande'.
gàdda - sf.
(calabrese: anche galla). 'Noce del piede,
malleolo'. Deriva dal lat. galla,
propriamente 'noce di galla'.
gaddémi -
agg. e sm. (siciliano). 'Chi somministra legna alla
caldaia per cuocere la ricotta' e in senso figurato
'uomo dappoco, abietto'; anche guaddémi. Voce
che proviene dall'arabo haddām 'servo,
domestico'. Attraverso il siciliano la voce è
entrata anche in Sardegna, ove è nota solo nel
cagliaritano (basso) caddémis 'straccione,
sporco, malvestito'.
gàfa - sf.
(lombardo; piemontese, anche gafi al plur.;
veneto) Significa 'guardia', 'gendarme',
'poliziotto'. Ha origine e diffusione gergale, presa
dal francese gergale e popolare gaffe (graffe
nel 1455), e deriva da gaffe 'pertica
uncinata', gaffer 'uncinare', cioè
'acciuffare'.
galv - agg.
(piemontese, anche garv). 'Soffice, non
assodato', detto di coltri, guanciali, neve.
Proviene dal gallico *wàlowo- 'sciolto,
lento'; letteralmente 'ciò che vola via' (dalla
radice celtica *lou) da là (wo-), a
causa della leggerezza.
7 giugno
annalòru -
agg. (siciliano), 'di circa un anno' (detto di
animale); come sm (siciliano; pugliese: annarìulë
e varianti), 'contadino che presta la sua opera ad
anno', 'colono'. Dal lat. annārius,
'dell'anno'.
ansuèlu - sm.
(ligure: Savona). 'Amo da pesca'. Deriva dallo
spagnolo anzuelo, da una variante del lat.
hamicellus 'piccolo amo (hamus).
annuzzà - v.
(campano, a Napoli; calabrese settentrionale;
abruzzese: annuccià), "far nodo, far groppo;
non ottenere una cosa desiderata, amareggiare".
Deriva da nuzzu, nóccë, e varianti,
'nòcciolo' (dal lat. nŭceus, 'nòcciolo').
cùbere - v.
(sardo logudorese: anche cupire). 'Bramare,
desiderare'. Dai verbi latini cupĕre e
cupīre. "Solo in sardo sopravvive l'antica forma
cupĕre, mentre tutte le altre lingue romanze
hann solo cupīre".
cuccardìno -
agg. (umbro, nel perugino). 'Ingnorante'. Deriva da
coccarda; si racconta che per il plebiscito
del 1860 a chi non sapeva leggere né scrivere veniva
consegnata una coccarda che serviva a dimostrare ed
accettare la sottomissione ai Savoia. Quindi, coloro
che esibivano tale coccarda erano solo gli
analfabeti.
cu-à - agg.
(ligure). 'Falso' nelle espressioni in omu cu-à,
in ègua cu-à 'un'acqua cheta', ïm 'urpe cu-à
'furbo che fa da gonzo'. Letteralmente, 'covato'
cioè 'nascosto', come nel francese dialettale
cové 'uomo sornione, che dissimula'.
patunèra -
sf. (siciliano). 'Saccoccia, tasca' (in siciliano
antico: pautunera). Non deriva dal siciliano
panta 'tasca', ma dall'antico francese
pautonnière 'borsa', a sua volta da
pautonnier 'scellerato, uomo ignobile', stesso
significato del siciliano pautuneri.
5 giugno
botón de la comàre
- sm. (ladino-veneto, nell'Agordino). "Si
chiamava così un dischetto di cera che la praticona
(comàre) che assisteva al parto otteneva
sciogliendo la candelina della Madonna della
Candelora e poi applicava all'ombelico del neonato
per non farlo uscire" (Rossi, 1992). Letteralmente:
'bottone della comare (dal latino commater).
bózera
- sf. (lombardo, in milanese anche bólgira;
veneto: bùzara; friulano: bùzare;
emiliano: bùzara, bózra). 'Corbelleria;
sciocchezza, falsità'; in friulano anche nelle
locuzioni fà une bùzare 'fare un passo
falso', montà su la bùzare 'andare in
collera'. - Come l'italiano bùggera, è un
deverbale legato alla numerosa famiglia dei derivati
di Bulgarus (col latino tardo Būgerum)
giudicato come 'eretico' e poi 'sodomita'. il DEI
però propone di ricorrere ad una voce araba busra,
collettivo di busr 'perla falsa, di vetro'.
franfellìcche
- sm. plur. (campano, a Napoli: anche
fanfrellicche), 'ninnoli, bagatelle',
'zuccherini preparati con miele e giulebbe';
(veneto, a Padova: franfriche), 'dolce a base
di melassa, tiramolla'. Questo termine deriva dal
francese fanfreluche (sm. 'bagatella,
inezia', propriamente 'fanfaluca' e, come questa,
risalente al greco pomphólyx 'bolla
d'acqua').
freàrzu - sm.
(sardo logudorese; campidanese friàrgiu, friàžu)
'febbraio'. Sono esiti dal latino februārius
'febbraio'.
focaròtta -
sf. (salentino). 'Piccolo falò' che si accendeva nei
vari quartieri del paese, in ricorrenza di alcune
feste. - Come le varianti focaredda e
fucarazza (ma quest'ultimo tipo arriva fino
al romagnolo e come sm. plur. - focaracci -
in laziale e marchigiano), è derivato dal latino
fŏcus con l'aggiunta di diversi suffissi.
4 giugno
ammistadhài -
(sardo campidanese: anche ammestadhài).
"Intrattenere una relazione illecita con una donna".
Denominale di amistàdhi 'amicizia', e deriva
dallo spagnolo amistad.
Passo al siciliano (ma anche calabrese)
ammizzàri:
ammizzàri -
(siciliano, con varianti; calabrese meridionale:
ambizzari). "Educare, istruire,
avvezzare". Dal latino parlato *invitiāre,
propriamente 'insegnare una cattiva abitudine', da
vitium (da confrontare con l'italiano
avvezzare per il quale si ricostruisce una base
*advitiāre).
Se qualcuno è un ritardatario, sappia che
in dialetto umbro si dice
àmmene -
(umbro, Foligno). "Persona che abitualmente giunge
per ultima agli appuntamenti". Tratta dal paragone
tu sè còm ammènne oppure tu sè còm àmmen
(così si dice a Magione) 'sei sempre l'ultimo', che
trova alcune corrispondenze in marchigiano e in
romanesco, suggerito dall'amen, che conclude
le preghiere.
ammàppete
- {un classico delle esclamazioni} (laziale;
umbro). "Accipicchia". Letteralmente 'ammàzzati', da
ammappare 'ammazzare', forma eufemistica
dovuta ad un incontro di ammazzare con
accoppare.
3 giugno
Iceberg -
Tutti sappiamo cos'è un iceberg, anche se non
a tutti è capitato di vederlo dal vivo. Ma da dove
proviene il termine?
iceberg - Neerlandese ijsberg
'monte (berg, da una base indoeuropea col
senso di 'alto') di ghiaccio (ijs, di area
germanica)' - con paralleli nelle altre lingue
germaniche, dal ted. al danese e allo svedese -
trasmesso attraverso il calco ingl. iceberg,
documentato fin dal 1774 nella forma ice-burg.
Ha ormai soppiantato del tutto l'antico
borgognone, che è stato vanamente ripreso, come
sostitutivo meno esotico di iceberg, accanto
al calco montagna di ghiaccio, a
ghiaccione e all'adattamento isbergo.
2 giugno
Le fusa e il fuso (orario)
- Le fusa del gatto, cosa avranno mai a che fare
con il fuso? E il fuso orario, che relazione
ha con il fuso? Qui sotto le risposte!
fusa - Molto
probabilmente la locuzione [fare le fusa] deriva da
una forma arcaica dal plurale di fuso,
largamente attestata: il 'russare' del gatto
ricorderebbe il rumore che fa il fuso quando è in
azione. "Fusa un tempo era il plurale di
fuso, e far le fusa in origine doveva
accennare al senso di filare, essendo
giustificato il plur. dal fatto che le donne si
radunano per filare: per il senso la frase
corrisponde in pieno a filare, il quale pure
significa 'far le fusa (del gatto)' per il rumore
del molinello cui somiglia quello del gatto". Ma il
'russare' del gatto è espresso anche da tornire,
dove è confrontato col rumore del tornio. In
Valsugana sono ricorsi al rumore della ruota, perché
la frase che vi risponde è far la roa, sempre
del gatto. Il concetto delle fusa ritorna nel
veneziano, nel quale, oltre a filàr, usa
far fuseti, che il Boerio 'traduce' con
tornire.
fuso - Lat.
fŭsu(m), di etim. incerta. L'accezione
matematica e geografica (fuso orario) della
vc. deriva dalla somiglianza tra la superficie
sferica sviluppata su un piano, col fuso, che è
gonfio al centro. {Sign. letterale: nella filatura a
mano, arnese - spec. di legno - assottigliato alle
estremità e panciuto nel mezzo che, fatto ruotare su
sé stesso, provoca la torsione e l'avvolgimento del
filo}.
31 maggio
Demone, Demonio,
Diavolo - Esprimono lo
stesso 'essere'? No, il Diavolo non c'entra, anche
se oggi - e da tempo ormai, ossia dall'avvento del
Cristianesimo e dalla sua susseguente espansione -
la con-fusione è innegabile. Vediamo:
dèmone - Voce dotta latina
dāemone(m), col der. tardo daemŏnicu(m):
dal gr. dàimōn, forse der. del verbo
dàiesthai 'distribuire, ripartire' (il demone
sarebbe un 'dispensatore'). [Significato
letterale: solo nel 1306 il termine diventa
sinonimo di 'demonio' nel significato semantico (che
si vedrà qui sotto); ma il Tasso (1594, quindi 288
anni dopo) ancora lo definisce un 'essere [nelle
antiche religioni politeistiche] in forma umana,
animale o mista, di natura quasi divina' {quindi
senza alcun riferimento ad un Signore delle
tenebre}. Più nota certamente l'accezione
socratica: 'voce interiore che richiama l'uomo al
suo compito e lo ammonisce su ciò che si deve fare o
non fare'. Mentre per il Foscolo (1817) dèmone
è la 'passione sfrenata'. Da dèmone derivano:
demònico, agg. 'di demone'; demonìsmo,
s.m. 'tendenza di alcune religioni primitive e
superiori a spiegare i fenomeni naturali come
manifestazione di forze demoniache (1892);
demonologia, s.f. 'studio delle credenze
religiose sui demoni e sul demonio' (1820)].
demònio - Vc.
dotta, lat. tardo daemōniu(m), daemonĭacu(m),
dal gr. daimònion, originariamente 'forza
divina del dèmone' (V. dèmone). [Significato
letterale: 'spirito maligno, che incita l'uomo
al male' (ma il Cristianesimo si è già espanso -
1292 -). Locuzione: farina del demonio (o
farina del diavolo): 'roba acquistata in modo
disonesto'. Derivato: demoniaco, agg. 'del
demonio, diabolico, perverso, infernale' (1891, G.
Carducci)].
diàvolo -
Lat. cristiano diăbolu(m), dal gr.
diàbolos, letteralmente 'calunniatore', dal
verbo diabàllein 'gettare (bàllein)
attraverso (dià). In questo caso sorvolo sul
significato letterale, ma riporto la locuzione
ancora oggi in uso fare il diavolo a quattro
('far disordine, baccano, confusione' - 1698 -): è
un calco del francese faire le diable à quatre,
e deriva dalle rappresentazioni teatrali del
medioevo in cui i diavoli apparivano generalmente in
numero di quattro
Salume - Da
sale.
Salma - Riporto questo termine in
quanto mi è sembrato curioso il suo significato
letterale più che quello etimologico. In teoria,
anche se ancora in vita, siamo comunque salme!
Sentiamo il DELI:
salma - 'corpo
umano rispetto all'anima' (av 1321, Dante). E solo
nel XIX sec. (1838 e poi 1872) il termine prende il
significato di 'corpo di persona defunta'. Anche per
il Petrarca 'salma' significa semplicemente 'corpo'
e non 'corpo morto, cadavere'. Altra accezione che
nulla ha a che fare con la morte è: 'misura italiana
di capacità per aridi e liquidi' (salma nel
lat. mediev. di Roma nel 1166). Derivati:
salmerìa, 'insieme di quadrupedi adibiti al
trasporto di armi, munizioni, viveri (dal lat.
mediev. di Bologna del 1334, saumaria), e
anche lo stesso 'insieme dei materiali così
trasportati'; salmerista, 'soldato addetto
alle salmerie di un reparto'. Veniamo ora
all'etimologia, anche se non soddisfa poi così tanto
quanto si vorrebbe:
Lat. parlato *săuma(m) per il tardo
săgma(m) 'basto, sella', dal gr. sàgma
(der. di sàttein, 'riempire, caricare',
d'orig. sconosciuta).
29 maggio
Cinghiale -
L'autorevolissimo DELI, in relazione all'ottimo
animale, per quanto riguarda l'etimo riporta: lat. (porcum)
singulare(m), 'porco solitario', cui è
sovrapposta cinghia, la cinghia di setole
bianco-giallognole intorno al collo. Giovanni
Semerano - richiamandosi sempre alle radici -
dice: (lat.) aper, apri cinghiale;
umbro: apruf, abrof; lat. "apros"; dal
greco capros, porco (di specie selvatica).
Dall'accadico apparu, happarru (porco
selvatico). Intervento di Antares666:
Semerano non è esattamente un autore attendibile,
anche se in questo caso il raffronto ha senso (la
radice è un relitto preindoeuropeo).
E l'ape?!
Già, proprio l'ape mancava. Me ne sono accorto
poco fa, mi sono detto: "e l'etimologia di ape?,
visto che l'hai messa come logo?" Così
provvedo subito:
ape - Di etimo incerto, dice il
DELI che tra l'altro riporta il latino ape(m).
Mentre qualcosina, ma che può bastare rispetto al
nulla, ci racconta Semerano: apis -is: se ne
ignorò l'etimologia. Deriva da Accadico apu
(punta, spina), appu (punta, insetto).
Interventi di Antares666: 1) E' un caso
davvero oscuro. A parer mio la fonte ultima è
l'egiziano antico bjj.t ('ape; miele'), anche
se tramite una lingua ignota. Si noti in ogni caso
come in etrusco il termine apiana 'camomilla;
moscatello' potrebbe contenere la stessa radice.
L'esito copto della forma egizia è ebio:
'miele' (con l'accento sulla -o: lunga). Il
raffronto dato da Semerano non è convincente: le due
forme sembrano isolate, e la semantica è poco
chiara. 2) Spiego meglio le difficoltà. In nessuno
dei libri a mia disposizione ho trovato le forme
date da Semerano; non trovo nulla di simile
nell'intero database etimologico di Starostin
relativo alle lingue afroasiatiche; le due parole
non sembrano essere neppure di origine sumerica. La
mia impressione è che si tratti di arcaismi o di
lemmi marginali che devono essere studiati
attentamente. Tra l'altro non è affatto detto che la
parola che indica l'insetto sia imparentata con
quelle che indicano la punta, la spina (esistono
moltissimi insetti sprovvisti di pungiglione e non
si capisce bene quale tipo di artropode fosse
chiamato appu in accadico). Le omofonie in
accadico sono numerosissime.
24 maggio
La Padania l'ha inventata Bossi?
No. Umberto Bossi, senatore e ministro, non ha
inventato nulla; soltanto, ha usato e usa l'altro
nome con cui si indica (o indicava) la Pianura
Padana. La Padania superiore
comprende il territorio della pianura piemontese, la
Padania inferiore quello delle pianure
lombarda e veneta. E' ovvio poi che l'etimo non è da
ricercarsi nel termine Padania ma in quello
da cui esso deriva. E' sufficiente cliccare sulla
'voce' Po nell'elenco alfabetico qui a
sinistra per scoprire l'arcano.
31 marzo
Afghānistān e Kābul
Ancora tragicamente attuali, sia il Paese
asiatico sia la sua capitale, come tutti sappiamo,
per quella maledettaccia guerra che non ha alcuna
scusa, nessun significato umano; purtroppo
però c'è ancora; per fortuna (se così si può dire,
visto come sono ridotti l'uno e l'altra) però ci
sono ancora: Afghānistān e Kābul. Allora, al Paese e
alla sua capitale dedico questo breve intervento:
Afghān
- significa “abitazione delle alture” e deriva da
base corrispondente ad accadico appu (nel
senso di ‘tip, crown, spur of land’; etiope anf,
‘naso’, ugar. ap, ebraico af, ‘naso’)
con la base corrispondente ad accadico ganīnu,
ga’ īnu, con influsso della base gennu
(montagne). La voce Afghān è documentabile
solo dall’XI sec. e ne sono state date spiegazioni
richiamando Arriano,
Ασσαχανοι
e
Ασπασιοι,
Strabone
Ασταχηνοι
e Ιππασιοι; il Mahābhārata ha
Aswaka; quelle forme rendono un senso per lo
più corrispondente a quello suddetto e sono
analizzabili:
Ασταχηνοι
(‘abitanti in alto’), da una base as-
‘altura’, corrispondente ad acc. āsu e –χηνοι
corrispondente ad acc. kēnu (riferito agli
abitanti: “stabili in quel luogo”);
Ιππασιοι
conitiene chiaramente la base suddetta,
corrispondente ad acc. appu (vetta);
Ασπασιοι
reca la base componente Asp- che corrisponde
ad acc. āsibu (abitanti), e la base
corrispondente ad āsu (alto).
Kābul -
Il nome della capitale dell’Afghānistān è quello del
suo fiume, Kābul, posta a 1800 m s. m.; ed è
l’idronimo che questa volta deriva dal toponimo: il
nome Kābul deriva da basi che designano la sua
posizione di “città della montagna”; accadico
ka-pi-ia-lum, composto da kāpum
(‘roccia’), e ālum (‘città’); ebraico ohel.
Kābul è nome di una città israelita in Asher e di un
distretto di alcune città in Galilea.
21 marzo
Altri deonomastici...
Linciare -
sec. XIX, dall'ingl. d'America to linch
derivano sia il nostro linciare sia il
francese lyncher, lo spagnolo lynchar,
il tedesco lynchen. L'eponimo è, con ogni
probabilità, l'agricoltore della Virginia Charles (o
William) Lynch, morto nel 1796 che, ai tempi
della Rivoluzione americana, aveva costituito un
tribunale privato, che giudicava vagabondi,
ladruncoli e tipi sospetti, e li condannava senza
appello e faceva immediatamente eseguire la sentenza
a furor di popolo. Di qui il significato attuale di
'giustizia sommaria'.
husky - sec.
XX, 'cane da slitta delle regioni artiche del Nuovo
mondo'. Vocabolo ingl., abbreviazione e alterazione
di Eskimo, Eskimese. Da anni è diffuso il
termine eskimo per indicare il giaccone
imbottito analogo a quelli che, presumibilmente, si
usano in Artide.
Morfina -
sec. XIX, 'alcaloide sedativo e stupefacente', dal
francese morphine, ispirato a Morfeo o
Morpheus, figlio e ministro del sonno, colui
che manda i sogni.
19 marzo
Deonomastica - 3
Tutti sanno cos'è il pap-test, e
soprattutto le donne. Ma forse non tutti sanno che è
anch'esso un termine deonomastico, che 'proviene' da
un nome proprio, e precisamente dal cognome di uno
scienziato americano di origine greca. Analogamente,
chi non sa cos'è un pànfilo? Quante volte ci
è capitato di vederne almeno il profilo, da lontano,
noi comuni mortali in costume e 'pancetta'
(eventuale), ancora bianco-latte, sulla battigia,
una mano a visiera per proteggerci dal solleone, e
quello scafo laggiù che solca lento le acque con a
bordo chissà chi... Beh, anche pànfilo ha
origini onomastiche.
Pap-test -
anni Cinquanta, dall'identico termine inglese (più
propr.
Papanicolau's strain or smear), "metodo per la
diagnosi precoce dei tumori uterini mediante la
colorazione di secreti prelevati in situ"; inventato
dallo scienziato americano di origine greca George
Papanicolaou.
Pànfilo -
sec. XIV, "imbarcazione da diporto". Da pàmphylon,
dromone o veloce nave della Panfilia, antica
regione costiera dell'Asia Minore che si stendeva
tra Licia, Pisidia e Cilicia.
18 marzo
Deonomastica - 2
Secondo 'intervento' con termini deonomastici
a mio avviso davvero 'curiosi': il primo getta una
luce sulla geografia attuale, il secondo richiama la
mitologia greca. I termini in questione sono
asfalto e asso (quest'ultimo considerato
soltanto nella locuzione lasciare in asso).
Questa volta, però, le fonti sono due, e non del
tutto concordanti, e ciò rende la cosa ancora più
interessante. Il DELI (Cortelazzo-Zolli,Zanichelli)
per quanto riguarda l'etimo di
asfalto -
riporta: Voce dotta, lat. tardo asphaltu(m),
dal gr.
àsphaltos, di origine semitica. [Tutto qui,
nota mia].
Sentiamo invece cosa ci dice il Dizionario
storico (op. cit.):
asfalto - sec. XIV, usato in tutte
le lingue di cultura come sinonimo di bitume
o, anche, in ardite metafore (ad es. il film
Giungla d'asfalto). Asfalto è citato da
antichi scrittori (Diodoro Siculo, Plinio, Isidoro
di Siviglia [forse il primo etimologo, nota
mia] i quali stupivano di fronte a questa misteriosa
sostanza che galleggiava sulle acque del lacus
Asphalticus, tra Gerico e Zoaran. Il lago
asfaltico è oggi noto come mar Morto.
Veniamo ad
asso (lasciare,
piantare in). Il DELI in questo caso parte dalla
loc. aver l'asso nella manica, che deriva
dalla tecnica di chi, barando al gioco, tiene pronto
nella manica un asso da giocare al momento
opportuno. Sempre al gioco delle carte è probabile
che facciano riferimento le loc.
lasciare in asso, rimanere in asso. [E
a questo punto il DELI cita B. Migliorini - nota mia
-] ("probabilmente da 'fare il punto più basso
('l'uno') al gioco dei dadi"). Il DEI pensa invece a
una derivazione molto ipotetica, "dal lat. assus
'arrostito', poi 'senza acqua o liquido', 'senza
mistura', 'puro', e infine 'solo'" e ricorda l'ancor
meno probabile "allusione al mito di Arianna,
abbandonata da Teseo nell'isola di Nasso" [...]
Mentre il Dizionario racconta:
asso (piantare in) - Il
Lapucci la riconduce al nome dell'isola greca
Nasso, ove Teseo con maschistico [sic!]
comportamento, abbandonò la donna che per lui aveva
steso il filo d'Arianna consentendogli di
uscire indenne dal Labirinto. Effettivamente, fra
piantare in asso e piantare in Nasso la differenza è
poca.
16 marzo
Deonomastica
La Deonomastica prende in considerazione tutte
quelle parole che derivano, ossia traggono la
propria origine, dai nomi propri. La fonte a mia
disposizione è l'interessante Dizionario storico
di deonomastica - Vocaboli derivati da nomi propri,
con le corrispondenti forme francesi, inglesi,
spagnole e tedesche di Enzo La Stella T. ed
edito da Leo S. Olschki (Firenze, 1984). Leggendolo
o semplicemente sfogliandolo, ci s'imbatte in parole
anche comunissime, ma la cui radice è davvero
'curiosa'. Allora ho deciso di dedicare un po' di
spazio alla deonomastica, e comincio con un termine
che mi sembra etimologicamente interessante (anche
se molti di voi non si stupiranno). E il termine è:
Aborigeno -
termine che istintivamente si è portati a collegare
con
origines, errore in cui cadevano anche i Romani.
In realtà gli Aborigines erano una
popolazione italica che abitava l'alto Lazio ed ebbe
re leggendari, quali Latino, Fauno ed altri. Secondo
Dionigi d'Alicarnasso il loro nome significava
'abitanti dei monti'.
Proseguo con:
Alano - cane da
guardia e da caccia chiamato anche, impropriamente,
grande danese. L'origine del nome, più che alla
tribù sarmatico-germanica degli Alani, pare
debba riferirsi alla Catalogna, dove il canis
(cat)alanus
sarebbe stato perfezionato. [nota mia: quindi non
degli Alani ma dei Goti, i quali si stanziarono in
quella regione della Spagna che appunto prese il
nome di Gotalonia, 'Catalogna'].
Altro termine il cui etimo è un deonomastico:
Alkaseltzer -
come tutti sappiamo è ora un nome commerciale, e si
tratta di una polvere effervescente antiacida. Bene:
il suffisso
-seltzer è ricalcato sul toponimo Niedersel
(Hessen), località rinomata per le sue acque
effervescenti naturali. Analoga origine ha l'(acqua
di) Seltz, prodotto carbonato
artificiale, in origine sorto come surrogato delle
acque gassate naturali.
9 marzo
Aperitivo
Voce dotta del latino tardo aperitivu(m)
'che apre', da aperire, 'aprire'; nel
significato di 'bevanda alcoolica' è un calco sul
francese apéritif (1888 in questa accezione).
8 marzo
Intervento di Antares666 sull'etimo di
'ape'
"Il termine ebraico d'vorà, che indica l'ape, è
da una radice DBR omofona di quella che indica il
verbo. Ad esempio davàr = parola, d'var Elohim =
parola di Dio, e così via. In realtà le due basi
hanno origine diversa, come ci mostra anche la
comparazione con le altre lingue semitiche.
D'altronde le etimologie popolari, spesso poetiche,
non sono rare nei testi biblici, e nel sentire
comune l'ape era connessa effettivamente al
linguaggio. Presso i Celti si diceva addirittura
"cento anni di dolore a chi uccide un'ape". E'
significativo notare che Treviri era ancora di
cultura celtica ai tempi di Sant'Ambrogio: San
Girolamo ci testimonia che la lingua parlata in
quella città era simile a quella della Galazia.
Ricordo di aver letto il caso di un monaco della
Galazia vissuto in epoca ancora più tarda. Costui si
era recato a Gerusalemme, e in seguito a un ictus
aveva completamente perso la capacità di parlare e
di capire qualsiasi lingua ad eccezione del suo
idioma nativo, che però in quelle terre nessuno
comprendeva.
Un caro saluto!"
2 marzo
Olocausto -
Parola non molto recente ma, se vogliamo, nemmeno
antichissima, anche se la sua 'bella età' ce l'ha
eccome, infatti etimologicamente è attestata da poco
prima del 605 d.C. Eppure è di gran voga, e da
decenni; e ogni tanto vien fuori, come per esempio
oggi sul Corriere della Sera, che in relazione ai
devastanti fatti accaduti a Gaza riporta: Abu
Mazen invoca l'Onu: un olocausto. Poche
le definizioni così precise e pregnanti per quanto è
successo: 60 morti, tra cui molti bambini, sotto al
fuoco
israeliano. Allora:
olocausto - Voce dotta del latino
tardo holocaustu(m), trascrizione del
greco tardo holòkauston, letteralmente 'tutto
(hòlos) bruciato (kaustòs), riferito
alla vittima sacrificale che, secondo l'antico rito
ebraico, doveva venire completamente consumata dal
fuoco.
Nomi di persona
(e non solo)
In Germania si è abbattuta una tempesta che hanno
chiamato Emma. Chissà perché l'hanno chiamata
così, mi sono domandato, e allora sono andato a
consultare il caro Santi e fanti, il quale
dice che:
Emma - è di
origine germanica, in quanto considerato allòtropo
(ossia altra forma) di
Irma, con cui divide la derivazione da
irmin, 'potente'. [E in effetti, una tempesta,
generalmente è qualcosa di potente; ma chi
l'ha denominata in tale maniera, sapeva veramente
che il nome ha a che vedere, appunto, con la
potenza?]
E ora due nomi 'mitici' e biblici.
I nomi in questione riguardano i nostri antenati, i
nostri progenitori: Abele e Caino.
Sentite un po' cosa significano - anche se, stando
sempre a Santi e fanti, - l'origine non è
chiara (soprattutto per il secondo).
Abele -
Secondogenito di Adamo ed Eva, che la Genesi
ci presenta come il capostipite delle popolazioni
dedite alla pastorizia, in opposizione [c.vo
mio] ai seguaci del primogenito Caino, agricoltori.
Abele, il cui nome ebraico Hebhel o Habhel
ha probabilmente il significato di soffio vitale
o, anche, di nebbia, vanità, sempre
che non venga dall'assiro figlio, generato.
Come si sa, A. viene ucciso dal fratello Caino,
invidioso della preferenza che Dio dimostra agli
agnelli del fratello, disprezzando le primizie del
suo orto.
Caino - Nome
che cerca di rendere l'ebraico Cayn o Caym
(l'origine del nome è ignota; le congetture vanno da
un qaniti
'possesso o acquisizione', a un qans 'lavorò
i metalli).
1 marzo
Brasato -
Siccome mia moglie ha preparato il brasato -
oggi, ma lo mangeremo domani, domenica (le cose
cucinate il giorno prima di essere consumate,
'riposando', diventano più buone) sono andato a
rivedere la voce e il suo etimo; il DELI ci dice che
brasare è voce dei
dialetti settentrionali, dove brasar è
denominale di brasa 'brace', e corrisponde al
fr. braser, a cui, prob., si devono le
accezioni tecniche. Bras(i)a
per 'brace' è nel latino medievale della Curia
romana (1354) e, più tardi, a Fermo (sec. XVI). Il
significato letterale, come è noto, è: 'cuocere a
fuoco lento in teglia chiusa, con poca acqua' (1965,
Garzanti).
29 febbraio
Pedìssequo -
[Significato letterale: 'chi si adegua passivamente
e senza alcun contributo personale alle idee, ai
metodi, allo stile e sim. di qualcuno; ma già prima
del 1498 significa 'accompagnatore fedele'; mentre
nella seconda metà del XVIII secolo acquista anche
il significato di 'chi imita un modello
letterario']. Sul piano etimologico la parola è la
voce dotta latina pedisequu(m),
composta di pedis 'piede', e sequi
'seguire', e che significa 'servo che accompagna a
piedi il padrone'.
Aristòcle -
[Se non provieni dalla H.P. puoi
andarci, tanto per sapere perché prendo in
considerazione questo nome]. Bene, ci racconta Enzo
La Stella nel suo Santi e fanti, dizionario dei
nomi di persona (Zanichelli): Nome che merita
menzione se non altro per essere stato il vero nome
di Platone; ha un chiaro significato augurale:
àristos, 'il migliore', e cleòs,
'famoso'. In italiano Aristòcle corrisponde a
Filiberto, di origine germanica.
16 febbraio
La pizza è tedesca!
- L’etim. di pizza pare oggi chiarita […]. G.
Princi Braccini, in Etimo germanico e itinerario
italiano di ‘pizza’, ritiene che la parola sia
l’equivalente nel germanico d’Italia (gotico e/o
longobardo) dell’antico alto tedesco bizzo-pizzo
(cfr. il ted. mod. Bissen) documentato nelle
accezioni di ‘morso’ ‘boccone’ ‘pezzo’ ‘pezzo di
pane’ ‘forma di pane’ ‘focaccia’: gradi
cristallizzati di un comune processo di traslato
metonimico o di sineddoche a catena
(‘morso’->’boccone’->’pezzo di pane’->’focaccia’).
Bizzo/pizzo è un sostantivo verbale con tema in –an,
in genere maschile, formato sul grado ridotto di
bizan ‘mordere, azzannare per difesa o per attacco,
pungere’, e in senso figurato ‘arrecare ferita o
dolore, tormentare’, ed anche ‘stimolare, incitare’.
A partire dal XII sec. figura però anche un
femminile in –on, bizza/pizza, e in un codice del
sec. XIII-XIV compare l’altro metaplasmo femminile
in –in, pizzi. A conferma di questo tipo di
evoluzione semantica, la Princi Braccini ricorda
l’analoga fenomenologia del lat. buccella, parola
che viene glossata con bizzo. Buccella, dimin. Di
bucca, può tanto significare ‘offa parva’, quanto
stare in ‘pro pane parvulo tenerrimo’ (“small bread
divided among the poor” [ndr: ‘piccolo pane diviso
tra i poveri’]. Il suo derivato buccellatum si è
ulteriormente specializzato in ‘biscotto’ e
specialmente in ‘biscotto militare’, ‘galletta’, e
in italiano buccellato = ‘sorta di focaccia’. A
bucca risale un *buccata di diffusione panromanza
che può essere ‘pezzo, boccone’, ma anche ‘panino’.
Passando ad esaminare le varianti (pizza, pinza,
petta), attestate nei docc. medievali e confrontate
con la situazione odierna, la Princi Braccini
osserva che la forma petta porta in sé le tracce di
quella più antica e assidua presenza germanica
propria dell’area friulana in cui compare. In gotico
non è attestato il corrispondente di bizzo ma se
volessimo ricostruirlo avremmo *bita, maschile di
forma debole. Ebbene, se tale *bita è mai esistito
il risultato italiano petta appare del tutto
regolare. Si tratterebbe insomma di un’accezione
abbastanza antica della voce […]. Il punto di
partenza per pizza coinciderà invece con l’alto
tedesco bizzo/pizzo. L’appartenenza della variante
pizza allo strato longobardo viene corroborata dalla
sua dislocazione geografica. Essa infatti appare
concentrata, a parte la davvero troppo recente
presenza nel pesarese, dopo l’isolata comparsa sulle
rive del Garigliano (in pieno ducato benevvantano),
in quella zona degli Abruzzi attraversata dal fiume
Pescara (Aquila, Penne, Celano, Sulmona) dove assai
fitti furono gli insediamenti longobardi. Petta e
pizza andranno quindi annesse a quella ben nota
serie di coppie di prestiti germanici entrati in
Italia in due epoche mediante il contatto con due
popolazioni diverse. Quanto alla forma pinza, si è
tentato di spiegarla in vari modi. Si tratta
comunque di vicende abbastanza tarde che riguardano
la dialettologia italiana, qui basta ribadire
l’indubbia appartenenza allo stesso lemma
etimologico di petta e pizza. E’ certo comunque che
la fortuna odierna della pizza viene da Napoli.
Placenta -
Tutti sappiamo cos’è la placenta, si tratta di un
organo aderente alla parete dell’utero con funzione
di nutrire il feto al quale fornisce gli elementi
per l’accrescimento attraverso il cordone
ombelicale, e che viene espulsa dopo il parto.
Questo in anatomia, mentre in botanica è la parete
più interna dell’ovario, alla quale sono attaccati
gli ovuli. Il termine, con riferimento all’anatomia,
è conosciuto già prima del 1698, mentre la seconda
accezione è più recente e risale al 1700 circa.
Già, ma cosa significa, da dove trae la sua
origine?, ossia, ancora – visto che qui siamo
(siete) in ETYMOS - qual è la sua etimologia? Beh,
forse non ci crederete, ma se andate a leggere
pizza, qui sopra, ci sarete
arrivati! Incredibile, vero?! Eppure…
placenta – Vc. Dotta, lat. placenta(m)
‘focaccia’, dal greco plakounta, acc. Di plakous,
der. di plakoeis ‘in forma di vassoio’, a sua volta
da plax, genit. plakos ‘ogni superficie larga e
piatta’. “La placenta (come t. anatomico) fu così
detta dalla sua forma, rassomigliando ad una
focaccia”.
[ndr: come il chiaro dell’uovo quando è disteso in
un tegamino].
14 febbraio
Brontofobìa e non solo
- Chi di noi non ha mai sentito brontolare il
padre o la madre, e proprio contro di noi perché -
ad es. - avevamo preso un brutto voto a scuola? Io
penso che tutti (o quasi, comunque molti) li abbiamo
sentiti. E a furia di sentirli ci è venuta la fobìa
e adesso, appena sentiamo rombare, rumoreggiare, ci
spaventiamo. Anche la mia piccola principessa, che
se n'è andata di casa poco più di due anni fa -
aveva 23 anni - era brontofòbica, sì. Sto parlando
di Sweezy (vedi 'Gatto', c'è una sua foto con me).
Finché ha avuto l'udito è stata brontofòbica, poi,
diventata sorda a causa dell'età, ovviamente non
più. Eppure io non urlavo, e mia moglie nemmeno (a
parte qualche litigarellatina ogni tanto, così, per
rendere l'amore tra noi più bello - ma di questo, a
Sweezy, non interessava poi molto). Allora? Allora,
cosa significa brontofobìa? Davvero vuol dire paura
di sentire brontolare? Può anche darsi. Ma
ascoltiamo cosa ci dice il nostro caro, vecchio,
autorevole DELI.
brontofobìa - Vc. dotta, comp. del
greco bronté 'tuono' (da brémein 'rombare,
rumoreggiare', di probabile orig. espressiva) e
fobìa 'paura'. Semanticamente significa, infatti,
'paura dei temporali', e brontòfobo è colui che teme
il rumore del tuono. [Proprio come la piccola
Sweezy, che andava a nascondersi sotto al letto!].
Sitibondo & sitofòbico
- Proprio poco fa ho riportato l'etimologia di
brontofobìa, seguita da un elenco di 126 termini che
fanno...'paura', 'timore', e in quest'elenco ho
segnato in rosso - con mia domanda tra parentesi -
la parola sitofobìa. In effetti, stando a
quanto detto a riguardo del sito, e data la quantità
di tempo che mi prende sul piano tecnico, posso
proprio dire che talvolta mia moglie mi
trova...sitibondo, nel senso di meditabondo sul sito
(= sto pensando molto al sito, sono sprofondato nel
pensiero su come fare il sito). Ma sarei pure
sitofòbico, poiché - a sentire uno psicologo -
sarebbe così tanta la paura di 'costruire' un sito
che, appunto, non ci riesco, ne vengo impedito dalla
paura stessa. Ancora: mi piacerebbe sapere cosa ne
pensate voi, leggendo questi due termini; mi
piacerebbe sapere cosa vi fanno venire in mente. Sì,
perché, come ho già avuto occasione di dire,
talvolta le parole si lasciano immaginare nel loro
significato - semantico, letterale - e lasciandosi
immaginare ci conducono in errore, un errore del
tutto involontario, in verità. Ma bando alle ciance
e di nuovo porgiamo occhi e orecchie al DELI, il
quale racconta:
sitibóndo - Vc. dotta, lat. tardo
sitibŭndu(m) 'assetato', da sĭtis 'sete'. [Sign.
lett.: 'che ha sete' (av. 1492, Lorenzo de' Medici),
'avido' (fine sec. XV, Piovan Arlotto)].
Veniamo ora all'altro termine (in realtà sul DELI
non compare sitofòbico, ma la parola da cui questo
deriva):
sitofobìa, sitiofobìa - [ndr: in
questo caso devo prima illustrare il significato
semantico, poiché la 'radice', l'etimo, è relativo
al termine sito, infatti la parola in oggetto
è un composto di sito- e fobìa. Sitofobia
significa]: 'avversione morbosa per il cibo'. E dove
sito- è il primo elemento che, in parole
scientifiche composte, significa 'cibo' o indica
relazione con cibo [ndr: proprio come sitofobia,
appunto, ma anche come sitologia 'scienza
dell'alimentazione'].
Etimo di sito- è il gr. sitos
'cibo', 'grano'.
10 febbraio
Tra 40 giorni la Pasqua
- Tra 40 giorni più o meno, si mangerà la
Colomba invece del panettone, ma, soprattutto, ci
sarà il lunedì festivo. Però bisogna attendere per
un mese e dieci giorni - sempre più o meno - e
questo periodo di attesa, per i Cristiani, è
denominato...
quaresima - dal lat. class.
quadragēsima(m) 'quarantesima'; nel lat. eccl.,
sottinteso dĭe(m) 'quarantesimo (giorno prima della
Pasqua)'.
Ma la Pasqua? - E'
davvero strano, ma a volte le etimologie lasciano
male, o non troppo bene, non molto soddisfatti; uno
pensa chissà che, e invece... L'etimo di Pasqua non
riguarda tanto i Cristiani, ma gli Ebrei (e non c'è
niente di male, per carità!) Ciò che mi lascia
così-così è proprio l'etimo: nulla di particolare,
in fondo (ma per gli Ebrei sì, eccome). Vediamo,
ascoltiamo dal DELI:
pàsqua - Lat. crist. păscha(m), dal
gr. pàscha, dall'ebr. pesah, propr. 'passaggio',
perché la pasqua ebraica era stata istituita per
commemorare l'uscita degli ebrei dall'Egitto. La
voce fu deformata per accostamento paraetimologico a
pāscua 'pascoli'.
[Ma allora se scrivessimo pascua... non sarebbe
errore!]
9 febbraio
Deontologia
(2) - Kant, 'deontologo' o 'deontologista'?
"Il più famoso deontologo è stato,
probabilmente, Immanuel Kant (1724-1804). Non il
primo ovviamente :)".
Questo il commento di S. giuntomi dopo la
pubblicazione dell'intervento intitolato
Deontologia
(vedi sotto), intervento che contiene errori (mi era
stato riportato che Kant fu il primo, mentre S.
giustamente corregge, come si può vedere qui sopra).
Allora ho fatto ulteriori e più approfondite
ricerche (fonte: Enciclopedia Filosofica, Bompiani,
I, 2006, vol. III, Col-Dol. Il primo articolo è
firmato G. Masi - G. Cosi, il secondo A. Da Re).
deontologia - In generale, significa quella parte
della morale che riguarda i doveri specifici di
alcuni stati professionali.
La deontologia è concepita in un significato del
tutto particolare da Bentham, che mira a costituire,
in una “sana morale”, l’omogeneità dell’interesse e
del dovere, in vista della maggior somma possibile
di felicità conseguibile dal maggior numero di
persone. “La base della deontologia è quindi il
principio di utilità, cioè in altri termini, il
principio che un’azione è buona o cattiva, degna o
indegna, meritevole di approvazione o di biasimo, in
proporzione alla sua tendenza ad accrescere o a
diminuire la somma della felicità pubblica”
(Deontology or the Science of Morality, parte I,
capp. 1-2, tr. It. Di A. Cojazzi, Deontologia,
Torino, 1935). In questo senso la scienza
deontologica consiste nel saper valutare
preliminarmente le conseguenze di un’azione
[ndr: c.vo mio] in modo da poter stabilire, in base
alla somma di piacere o dolore che ne può derivare,
se essa è moralmente da compiersi o meno.
Il termine deontologia ricorre comunque più
normalmente in riferimento allo studio empirico
delle regole di comportamento relative alle facoltà,
ai doveri e alle responsabilità connessi con gli
status professionali [ndr: c.vo mio]. […]
Attraverso la deontologia le professioni esibiscono
le proprie credenziali alla società in cui operano,
adottando forme di autodisciplina che vanno dal
semplice giuramento fino al codice vero e proprio
[nota mia: vedi ad es. il giuramento di Ippocrate,
e/o l’attuale codice deontologico di cui si sono
dotati gli stessi medici e non solo loro]. […]
Io ho abbreviato l’articolo riguardante il
termine Deontologia, ma assicuro che in esso non si
fa assolutamente cenno ad Immanuel Kant (se volete,
se avete desiderio di leggerlo in toto, potrò
completarlo, basta lo richiediate). L’ articolo
prosegue prendendo in considerazione soltanto le
‘categorie professionali’.
Veniamo ora alla voce successiva:
deontologismo
– Usata per lo più nell’ambito dell’etica normativa,
la categoria del deontologismo [ndr: addirittura una
categoria!] (dal greco deon: ‘ciò che è necessario
fare’, ‘ciò che si deve fare’) identifica le diverse
concezioni morali per le quali il concetto di
“dovere” o di “obbligazione morale” è assolutamente
prioritario rispetto ad altri concetti (bene, fine,
virtù, valore, felicità ecc.) del lessico morale.
L’etica di Immanuel Kant rappresenta la formulazione
più chiara e rigorosa di deontologismo [c.vo
mio].
Solitamente contrapposto al consequenzialismo, il
deontologismo ritiene che il criterio di giudizio
della moralità o meno dell’agire non risieda
prioritariamente nel calcolo delle conseguenze
derivanti dall’agire stesso, ma dal rispetto
incondizionato del dovere, che come tale s’impone
alla coscienza di ogni essere morale. In tal senso
per Kant non è sufficiente evitare di compiere delle
azioni contrarie al dovere (come ad es. mentire o
rubare): neppure le azioni semplicemente conformi al
dovere (non mentire o non rubare per timore di
essere scoperti e quindi puniti) possono essere
definite morali. Perché le azioni siano morali è
necessario che la volontà sia incondizionatamente
buona e quindi segua il dovere per il dovere; essa
non deve essere soggetta ad alcuna inclinazione o
desiderio, o condizionata dalla ricerca dell’utile o
della felicità. Più in generale si può affermare che
per il deontologismo, non solo di Kant ma anche
successivo, il “punto di vista morale” è chiaramente
indipendente e preminente rispetto ad altri punti di
vista (culturale, politico, economico ecc.); come
tale esso non può essere subordinato o sottoposto a
un calcolo di massimizzazione […]
Anche questo articolo è stato abbreviato – e non di
poco – ma vale la regola della curiosità e
dell’interesse, come sopra. I concetti essenziali,
relativi all’uno e all’altro termine, e di essi
distintivi, credo siano comunque chiari, benché il
confine tra i due sia segnato da un filo più che
sottile - che tuttavia esiste e demarca una non
superficiale differenza. Malgrado entrambi abbiano
la medesima ‘radice’ (déon).
6 febbraio
Patacca! - E'
la parola che si sente e si vede tanto, ultimamente,
'grazie' a Valentino Rossi, Paolo Cevoli, e alla
pubblicità che fanno. Non solo: patacca l'ha usata
anche il comico Giacobazzi nelle sue presenze
all'ultima edizione di Zelig. Ma cosa significa,
veramente?, e: ha un solo significato etimologico?
Beh, stando a Giacobazzi sì , e pure per Rossi e
Cevoli, sembrerebbe, perché se fossero stati veneti
avrebbero detto... Ma vediamo, ascoltiamo le Fonti:
patacca - Vc. d'orig. incerta,
diffusasi probabilmente dalla Provenza. [In pratica,
per quanto riguarda il DELI, è tutto qui, sul piano
etimologico. Ma letteralmente invece...]: 'moneta
grande ma quasi senza valore' (av. 1665), 'oggetto
da nulla venduto a caro prezzo ad acquirenti
sprovveduti' (siamo già ben più in qua nel tempo:
1923), 'distintivo, medaglia' (ci dicono nel 1891),
'macchia di sudiciume, spec. di grasso' (siamo al
1870); pataccone, 'grossa moneta' (già visto, ma qui
siamo nel 1640), e in seguito (ancora nel 1891)
'orologio da tasca grosso e vecchio' [ndr perché
vecchio? Boh!]; e ancora, ma proviene dal 1875, 'chi
è solito riempirsi gli abiti di macchie'.
Ora, come vi rendete ben conto anche voi, nessun
significato letterale qui riportato può avere
attinenza con l'esclamazione del MotoValentino: "Ma
va là, patacca!", anche perché Cevoli - pur
essendo rotondeggiante e non proprio piccolo - non
assomiglia né a una moneta, né ad un oggetto di poco
prezzo ecc., né tantomeno ad una macchia o
distintivo o orologio da tasca. Eppure, l'etimologia
non ci ha detto un bel nulla. Allora, cosa facciamo?
Andiamo a sentire il DEDI (Dizionario Etimologico
dei Dialetti Italiani, UTET). Sentiamo, e stiamo
attenti anche a come riporta il termine:
patàca - s.f. - (romagnolo). 'Sciocco,
minchione, babbeo' [ndr: poi il DEDI ci racconta che
p. era originariamente la famosa moneta di cui
sopra, ma poco dopo...] Il passaggio da 'moneta di
pochissimo valore' a 'sciocco' si può spiegare,
quindi, facilmente, ma non è escluso che si sia
passati attraverso il significato intermedio e
diffuso anche altrove (Marche, Umbria), facile da
intendersi, di 'natura della donna':-> móna.
E ti te se' 'n mona!
- Sapete già, vero? Ma qui si tratta di
etimologie, quindi proseguo, anche se di curioso
davvero non c'è poi granché. Sono però sicuro che
voi, grandi appassionati di etimi e di lingua in
generale, apprezzerete comunque lo sforzo. Dunque,
dico subito che il DELI - appena consultato per
patacca - in questo caso tace. Anche il Vocabolario
della lingua italiana Treccani, pur riportando la
voce, non fa cenno all'etimologia (nel senso che
scrive: [etimo incerto]).
Tuttavia, lo stesso vocabolario, alla voce
precedente, e cioè:
mòna - [ndr: e non: móna, attenzione!]
prob. dallo spagnolo mona, abbrev. di maimón, nome
di una specie di scimmie, e questo dall'ar. maimūn
(cfr. mammone³). [ndr: questa è l'etimologia della
scimmia e/o di un tipo di scimmie, come si può
notare anche dall'accento aperto della 'o'. Ma
potete comunque andare a vedere pure la voce
gattomammone, qui in Etymos]. Nulla per quanto
riguarda l'etimo della voce che ci interessa.
Allora sfogliamo il DEDI, andiamo alla M, poi
alla...
móna - s.f. (veneto; veneto giuliano;
trentino). 'Potta' e in senso figurato 'sciocco'. La
voce ha un corrispettivo nel neogreco mounì [...].
Diversamente l'omofonia con monna 'bertuccia,
scimmia' (dall'arabo maimūn) potrebbe far sospettare
un traslato dallo zoonimo (ma non sono mancate altre
ipotesi etimologiche tra cui il nome di persona Mona
da Simona). [Ndr: preferisco pensare - e spero siate
d'accordo - che, insomma, 'sta mona derivi da
Simona, piuttosto che da una pur simpatica scimmia!
O no?].
Deontologia -
Anche questo - Deontologia - è un termine... trendy.
Però l'intervento questa volta non è determinato dal
suo essere in voga, di moda; bensì da una richiesta
fatta da un amico a mia moglie, e da mia moglie a
me. Questo dunque lo spunto, l'abbrivio, della
spiegazione (e questa volta 'forzatamente' non solo
etimologica) del termine deontologia. (Breve
flash-back: mia moglie arriva a casa e, il tempo di
mettersi comoda, viene in cucina perché deve
cucinare seppie in umido con piselli, accompagnate
da una polenta lenta. Io sono in
cucina, sto sorseggiando del vino bianco
freschissimo accompagnato da una...bionda. Silenzio.
Poi mia moglie pone la domanda: "S. mi ha detto che
deontologia è un termine 'fondato' da Kant, che è
stato il primo deontologo..." "Kant il primo
deontologo? - domando interrompendola stupito -
forse il primo ontologo!", esclamo (ma poi non è
vero, nella Storia della Filosofia). Mia moglie
tiritì-e-tirità, poi dice: "Sì, vabbè, ma cosa vuol
dire deontologia?, mi ha domandato S.")
deontologia - [significato lett.le]:
'trattazione dei doveri inerenti a particolari
categorie di persone' (av. 1855, A. Rosmini).
[Etim.]: Inglese deontology, derivato dal greco
déontos, genitivo di déon 'dovere' col suff. - logy
'logìa': "coniato da Bentham, appare nel trattato
postumo Deontology or the Science of Morality, 1834"
(Migliorini, Onomaturgia, 1975).
3 febbraio
Italiani, che vitelloni!
- Eccomi di nuovo, dopo una settimana di
sospensione a causa, tra l'altro, di problemi virali
che hanno colpito la beneamata macchina; ma anche
perché sono rimasto non poco indeciso sul da farsi,
ossia non sapevo scegliere di quale o quali parole
riportare l'etimo (e sarete d'accordo anche voi che
in effetti non è per niente facile, dato l'enorme
numero dei termini). Infine ho pensato: ma come?,
hai dato l'etimo di Napoli, di Avella e Avellino, di
Benevento, di Milano, di Monza... e non hai ancora
spiegato quello del Paese in cui queste città si
trovano? Ecco quindi l'etimo di Italia.
Italia - coronimo di origine osca;
corrisponde ad un osco Viteliu con caduta di v- ed
evoluzione di -i- ad -e-, solitamente accostato
all'umbro vitluf 'vitello', latino vitulus. Infatti,
tra le diverse interpretazioni sull'origine del
nome, una tradizionale è quella di "terra dei
vitelli" [...]. Questa etimologia è stata
reinterpretata da alcuni studiosi che hanno
ipotizzato un originario Italia = "terra degli
Itali", popolo che avrebbe come totem il vitello
(italos); perciò la denominazione si fonderebbe
sull'uso antichissimo di divinizzare l'animale totem
della tribù. Ancora, l'Italia sarebbe "il paese
della tribù degli Itali", nome totemistico da
*witaloi 'figli del toro', secondo una glossa che
spiega il greco ίταλός con 'toro'. Un'altra ipotesi
si basa invece su una forma *Diēi-italia,
*Diovi-telia, per cui Italia sarebbe l'equivalente
di 'paese del giorno, della luce'. Tra le leggende
d'età classica relative al nome Italia, si ricorda
quella del principe enotrio Italo, l'eroe eponimo
che avrebbe dominato il sud della penisola. E' noto
inoltre il mito raccontato da Ellanico, secondo il
quale Eracle, traversando l'Italia per condurre in
Grecia il gregge di Gerione, perde un capo di
bestiame e lo ricerca affannosamente; avendo saputo
che nella lingua indigena la bestia si chiama
vitulus, chiama Ουιταλία tutta la regione.
28 gennaio
Avella, madre di Avellino e (forse) figlia
della Mela - Stando a
ciò che ci racconta il Dizionario di Toponomastica
(UTET, d'ora in poi DITOP), Avella, a 21 chilometri
da suo figlio, una popolazione di circa 6.000
abitanti (ma il dato in mio possesso relativo agli
abitanti risale a ben 17 anni fa), situata in una
bella conca verdeggiante, come dal titolo sembra sia
figlia della Mela. Auscultiamo:
Avella - L'antica Abella, con l'etnico
Abellanus, ha varie attestazioni d'epoca classica e
principalmente quella virgiliana [...] che conferma
un'interpretazione [sottolineatura mia] del toponimo
come la "città delle mele", da un indoeuropeo *abel-
'mela' (da cui l'antico irlandese aball, l'antico
alto tedesco apful, il gallico avallo ecc.). [...]
Un'altra etimologia, giudicata poco plausibile,
derivava il nome da un *aprōla, 'città del
cinghiale' (cfr. latino aper). Altra spiegazione,
erudita ma fantasiosa, propone il Giustiniani [nel
XVIII-XIX sec.]: "Avella gode di buon'aria, ma i
venti, che spesso soffiano dalla parte boreale, la
inquietano di molto, e fino a devastare i suoi
territorj. Quindi alcuni hanno fatto derivare il suo
nome da Αελλα venti vertigine".
Avellino - [Come ho detto, figlio di
Avella, infatti...] Il toponimo deriva dalla stessa
parola che si ritrova nel nome antico Abella:- ->
Avella.
26 gennaio
Arabo - Termine
forse al 'top' tra le parole che si leggono e si
sentono (insieme a tolleranza, strage, laico,
cattolico - che abbiamo già visto -) e Islam,
islamico (che certamente vedremo)
arabo - Voce dotta latina ărabu(m)
dall'arabo àrab 'beduini nomadi', col derivato
arăbicu(m). Gli arabeschi sono chiamati così perché
tipici dell'arte araba, che non ammetteva la
rappresentazione della figura umana. [Nota mia:
secondo me non è del tutto esatta, questa
etimologia, in quanto - se non sbaglio
- il divieto di rappresentare figure umane risale
alla nascita della religione islamica, quindi molto
tempo dopo che i latini fecero la conoscenza degli
arabi. Ma così è scritto nel DELI e così ovviamente
riporto pari pari. E voi, cosa ne pensate?].
islàm -
dall'arabo islām, 'sottomissione' (dal verbo aslama
'sottomettersi'), sottinteso: 'alla volontà divina'.
[Sentiamo ora il termine letterale: religione
monoteistica, fondata da Maometto, che predica la
totale rassegnazione a Dio e le cui regole sono
enunciate nel Corano dettato da Maometto stesso
(1869)].
Per quanto riguarda l'aggettivo islamico, mi sembra
inutile dilungarsi. Tuttavia faccio notare che il
DELI, in relazione al termine Islàm, rimanda alla
voce musulmano (e mi pare ovvio e quindi si vedrà
anche tale voce).
Per adesso vorrei terminare con alcune piccole e
futili mie considerazioni: perché noi occidentali
vogliamo (o vorremmo) cambiare la loro mentalità, la
loro cultura? Se la società musulmana si fonda su
certi princìpi e su certi valori che non fanno parte
della nostra cultura, a noi, che male ci viene? Noi
occidentali siamo diversi, e i musulmani sono
diversi da noi. I musulmani vogliono, per motivi
religiosi che a noi non devono riguardare, essere
sottomessi, mentre noi no. Però un poeta occidentale
di nome Eugenio Montale ha scritto una poesia che
termina con questi versi: solo questo oggi possiamo
dirti: ciò che non siamo, ciò che non
vogliamo. (I musulmani, forse e nonostante tutta la
loro sottomissione - alla volontà divina - invece
sanno cosa sono e cosa vogliono).
Rassegnàti a Dio, ovvero salvàti
- Sì, proprio così (stando al DELI e alle sue
fonti): rassegnàti a Dio, cioè salvàti. Questa
potrebbe essere una ragione profonda per cui alcuni
musulmani combattono così strenuamente le loro
guerre.
Preciso ancora una volta che in questo spazio
virtuale chiamato Etymos, non voglio fare polemiche
(cioè guerre, battaglie) di alcun tipo. Ma mi preme
sottolineare che personalmente NON sono d'accordo su
tutto quello che noi occidentali abbiamo fatto di
male in Casa degli altri pensando che invece fosse
bene. Mi fermo qui, e vengo subito all'etimologia di
musulmano (e si veda qui sopra Islàm e Arabo).
musulmano - Dal personale muslimān,
plurale dell'arabo muslim 'aderente all'Islam';
propriamente, come scriveva G.F. Gemelli Careri,
'rassegnàti a Dio, ovvero salvàti (dal verbo aslama
con i due significati confusi di 'rimettersi a Dio'
e 'professare l'Islam').
22 gennaio
Gatto (1) -
L'etimologia di gatto non è poi così lunga da
richiedere più di un intervento; però, disponendo io
di due fonti, e avendo il termine stesso a che fare
con fruste, scioperi, quantità, mostri immaginari,
pesci ecc. ecc., devo inevitabilmente dedicare più
spazio (e non mi dispiace affatto: adoro i gatti, in
casa ce n'erano due, Sweezy e Biso; poi Sweezy a
ventitré anni decise di andarsene dicendo "sono
abbastanza grande, me la so cavare da sola, grazie
di tutto ma', grazie di tutto, pa'... e poi non ne
posso più di 'sto rompiglione di Biso, che continua
a corrermi dietro, a farmi agguati e ogni altro tipo
di cattiverie e dispetti! E pensare che è
grandicello anche lui!, ha sedici anni compiuti!"
Così, il 31 gennaio 2006, Sweezy prese il volo.
Rimase allora Biso, e quando seppe che la sua
compagna di vita se n'era andata per sempre diventò
tristissimo, così triste che faceva perfino fatica a
dare i bacini sulla guancia alla mamma - e non
rideva più e giocava di malavoglia. Allora pensammo
che un compagno gli avrebbe fatto piacere. Il 24
giugno 2006 - dopo non pochi tentennamenti da parte
nostra - entrò in casa Zizou - 40 giornini - un
negretto dagli occhini ancora azzurri. Tra i due
furono baci, abbracci, zuffe, rincorse, leccate
d'orecchie e di musi, zampate e zampate e zampate!
Ma forse Biso era già stanco, o forse gli mancava
così tanto la compagna della sua vita, che anche lui
non molto tempo dopo decise di andarsene, ma senza
dire nulla, solo pochi sussulti, e nella notte tra
il 24 e il 25 agosto 2007... E' rimasto Zizou, negro
dolcissimo, a volte un po' spaurito - ma dev'essere
la prima volta che scende su questa Terra - a
guardare noi e il mondo che lo circonda con i suoi
bellissimi occhi d'oro).
La prima fonte ci lascia un po' così; insomma, non
soddisfa poi molto, ma tant'è.
gàtto - Lat. tardo (Palladio, sec. IV)
căttu(m) e cătta(m) - con i doppioni găttu(m) e
gătta(m) - entrati tardivamente nella lingua,
sostituendovi il prec. fēle(m) (cfr. felino),
probabilmente con l'introduzione a Roma dell'animale
domestico. Ma l'orig. di questo, come del suo n.,
sono ancora oscuri.
gatto (2) -
In "Gatto (1)", ho dato la prima delle due
etimologie di gatto, di questo essere meraviglioso
quanto misterioso e affascinante. Peraltro - e
sarete d'accordo - si è trattato di un etimo che non
chiarisce, non fa 'luce', e quindi il termine resta
avvolto dalla stessa foschia che avvolge il Lambro (vedi,
anche
Lambretta). La fonte della
prima etimologia era il già citato Dizionario
etimologico della lingua italiana (DELI, d'ora in
poi). Questa seconda etimologia proviene invece da
Le origini della cultura europea (OCE, d'ora in poi)
di Giovanni Semerano (Leo Olschki editore, Firenze,
1984-1994), opera che può definirsi 'monumentale' (è
infatti composta di quattro volumi per un totale di
poco meno di mille pagine). E precisamente proviene
dal vol. II, tomo secondo: Dizionario della
lingua latina e di voci moderne. Dunque, il
termine di partenza non è più gatto, ma il suo
equivalente latino. E allora, cosa ci racconta
Giovanni Semerano, in merito alla nostra piccola e
dolce e affettuosa creatura? Ascoltiamo:
fēlēs, -is - (fēlis, faelēs, faelis)
f. gatta, gatto; ladro, rapitore (Plauto, Pers.),
martora. Né i Greci nè i Romani si lasciarono
incantare dai gatti come gli Egizi. Plauto resta più
vicino al significato di base, che designa dalle
origini una specie di predatore come la faìna,
capace di penetrare e irrompere in un pollaio:
faelis rende la base corrispondente ad accadico
pallišu (ladro, scassinatore), pālišu (che irrompe);
gatta ("cattus": Palladio) di base semitica
semanticamente affine: ugarico hbt, *htt, habbātu
(ladro), habatu (rubare, detto di bestiame); habātu
(fare incursione).
Gatto (3) - In
"Gatto 1" ho detto che il termine gatto ha a che
fare anche con fruste, scioperi, ecc. Ed è vero, ma
si tratta di locuzioni e non di etimologia (che
vedremo più avanti). Però mi piacciono lo stesso
perché le trovo 'curiose', quindi le riporto
(alcune, nèh!). E poi scommetto che pochi tra voi
sanno cosa siano un gatto selvaggio (no, non è ciò
che credete), un gatto selvatico (no, non è ciò che
pensate), un gatteggiamento (già, cos'è?, lo
sapete?) e il gattomammone?, e il... gattonare?
(queste locuzioni o parole, significano altro da ciò
che comunemente si sa); e, ancora, cosa significa
gattopardesco?, nonostante questo aggettivo sia di
così grande attualità tanto che lo viviamo tutti
ogni volta che ci sono le elezioni (ma non solo, e
noi, noi cittadini comuni, normali e mortali esseri
umani, ci caschiamo come ebeti ad ogni elezione). E
via, cominciamo:
gatto a nove code, 'staffile con nove strisce
di cuoio' (1918), [e ri-vedi l'omonimo film di Dario
Argento, ndr];
gatto selvaggio, 'forma di sciopero che
boicotta la produzione industriale mediante la
sospensione dal lavoro alternativamente in uno o in
un altro settore della catena di montaggio' (1970,
Zing.); lo sciopero a gatto selvaggio (sul quale poi
si sono innestati aquila selvaggia (del
personale di volo), timone selvaggio (dei
marittimi), locomotiva selvaggia (dei
ferrovieri) - ed altri ancora -) traduce l'ingl.
d'America wildcat strike, che dal 1943 indica
precisamente uno sciopero non autorizzato dai
sindacati.
gatto selvatico, 'piattaforma poggiata sul
fondo per trivellazioni petrolifere subacquee'
(1973, Zing.); come sondaggio per la ricerca del
petrolio risale all'ingl. wildcat (well), usato in
America fin dal 1883.
gatteggiaménto, 'tipica luminosità degli
occhi dei felini (1939, A. Palazzi); anche 'effetto
luminoso caratteristico di taluni minerali' (1817,
Bossi);
gattomammóne, 'mostro immaginario delle
fiabe' (av. 1331); in gattomammone si
riconosce il
mammone
degli antichi (Maimonus soprannome a Genova
nel 1172, e mamone nella canzone del Castra,
sec. XIII); deriva dall'arabo 'maimūn' 'scimmia',
letteralmente: 'fortunato, che porta fortuna' (per
eufemismo, perché la scimmia era considerata un
animale diabolico). Si deve notare che nei testi più
antichi il senso è ancora quello di 'scimmia',
mentre il significato di 'essere fantastico' è
successivo e prob. influenzato dal Mammona
evangelico.
gattonàre, 'avvicinare la selvaggina
strisciando accovacciato al modo dei gatti (1922, F.
Paolieri), 'andare a tastoni nel buio' (1598,
Florio)
gattopardesco, 'detto di chi, a proposito
di una certa situazione politica, economica,
culturale, asserisce che si deve cambiare tutto
perché in realtà non cambi nulla' (1963, Migliorini)
Gattopardo - è un pardo (da caccia),
"molto feroce, falsamente creduto generato
dall'accoppiamento del leopardo con una gatta, o di
un gatto con la pantera".
21 gennaio
La strage è sulla
strada - ...e non
poteva essere diversamente. Già, perché la strage è
strettamente legata alla strada - anche se non
proprio in tutti i sensi; infatti una strage può
essere compiuta anche in casa, o al bar, in
discoteca, alla fiera, su un mezzo pubblico ecc. -.
Però, però, la strage resta comunque e per sempre
indissolubilmente legata alla strada. Letteralmente,
strage significa 'uccisione violenta d'un
gran numero di persone o animali' e con questa
accezione è attestata già nel 1518; in seguito è
giunta un'altra accezione (si vede che in quell'anno
il numero degli studenti che avrebbero dovuto
ripetere fu davvero notevolissimo): infatti, nel
1960, strage è anche 'grande numero di bocciature';
ma circa un secolo prima - esattamente nel 1863 - ha
un significato generico che esula dalla malasorte:
vuol dire semplicemente 'grande quantità', e così si
allontana dal significato primario, originario,
ossia etimologico. Vediamo:
stràge - Vc. dotta, lat. străge(m)
'abbattimento, macello', da stĕrnere 'stendere',
abbattere'.
E la strada...?
stràda - Lat. tardo străda(m)
sottinteso (vĭam), cioè 'via lastricata': forse
sost. di strātus, part. pass. di stĕrnere 'stendere,
lastricare', d'orig. indeur.
20 gennaio
pane carasàu
- Da scarassàre - (salentino), 'fendere'; [...]
(sardo: carasiare, carasare [...] in sardo è molto
comune l'espressione carasare su pane, pane carasàu
'si dice del pane di frumento duro, che ha fatto la
crosta'.
19 gennaio
La coda, il penepiàno e il pènero
-
Qualsiasi cosa vi sia venuta in mente leggendo il
titolo non è vera. Sta tutto nella vostra
immaginazione. E come ho già detto, parole che
sembrano 'vicine' possono essere distanti, e termini
che si credono assolutamente lontani l'uno
dall'altro possono essere invece affini. E ancora:
visto che la lingua riserva tante sorprese, si
potrebbe pensare che alcune parole, in quanto
sconosciute o quasi, racchiudano significati (e
questa volta non soltanto etimologici) di chissà
quale difficoltà concettuale; come, appunto,
penepiàno e pènero. Eppure chissà quanti di voi,
facendo una passeggiata in campagna, magari durante
le ferie estive, hanno camminato su di un
penepiano!, o hanno apparecchiato la tavola con una
tovaglia con il pènero! Invece la coda può riservare
sorprese (almeno in italiano). Vediamo (inteso
sempre sinestesicamente) dunque:
penepiàno -
Ingl. peneplain, comp. del lat. pāene 'quasi'
(d'etim. incerta) e ingl. plain 'piano': la voce fu
proposta dal geografo americano W. M. Davis
(1850-1934) in uno studio del 1889, che riguarda la
morfologia delle formazioni triassiche della valle
del Connecticut. - s. m. - 'regione leggermente
ondulata o quasi pianeggiante, modellata dall'azione
degli agenti esogeni protrattasi per lunghe ère
geologiche -.
pènero - Forse
dal lat. parlato *pĕdinu(m), da pēs, genit. pĕdis
'piede'; s. m. - lembo dell'ordito non tessuto,
lasciato come frangia ornamentale' (1334 [...])
E la coda? La coda in realtà non c'entra, eppure
c'entra, se anch'io come voi (se lo avete fatto)
mentalmente, idealmente abbiamo associato penepiano
e penero a pene. Dunque...
pène - Vc. dotta,
lat. pēne(m) 'coda',
poi [neretto mio] 'membro virile' d'orig.
indeur. [ndr: in effetti, l'accezione 'membro
virile' è piuttosto recente, risale al 1775].
18 gennaio
Ancora làico - L'etimologia del
termine làico l'abbiamo già vista; la fonte era
l'autorevole e già citato Dizionario etimologico
della lingua italiana, e sull'etimo non c'era (e non
c'è) nulla da dire, a parte che è leggermente breve.
Allora sono andato ancora alla ricerca, perché
ricordavo di avere letto un'etimologia più ampia
(quindi anche più approfondita); non ricordavo male,
infatti l'ho trovata, e l'ho trovata in un
dizionario che a parer mio è un puro gioiello della
linguistica, fino ad oggi - se non sbaglio -
ineguagliato. Si tratta del D.i.r. - Dizionario
italiano ragionato - edito (se ancora non erro) in
unica edizione nel gennaio 1988 (vent'anni fa!) da
G. D'Anna di Firenze, sotto la direzione di Angelo
Gianni. Ripeto: si tratta di un gioiello della
linguistica oggi non facilmente reperibile, ma che
invece meriterebbe di essere ristampato, anzi: ne
dovrebbe essere fatta una nuova edizione ampliata.
Ebbene, cosa ci racconta, in più, il D.i.r.
sull'etimo di làico, che come abbiamo visto è stato
coniato dalla stessa Chiesa? questo:
làico - [...] in contrapposizione ai
religiosi, ai chierici, che costituivano nel
Medioevo una parte sociale ben distinta (quella
detta nel lat. tardo clerus, gr. kléros "parte").
Ecco, adesso si capisce meglio e di più, il làico.
Due Tarocchi e un
Golem - Pochi giorni fa, nell'intervento
intitolato Matto morto, matto opaco ma (forse) non
pazzo (vedi più in giù) ho accennato pure ai
Tarocchi (gioco) e in particolar modo alla carta: il
matto. Beh, adesso metto da parte il matto e
vengo al tarocco, anzi: ai due tarocchi, sì perché
come tutti sapete esistono due tipi di tarocchi: il
Tarocco-gioco-di carte, e il Tarocco-frutto-di
Sicilia.
E il Golem, vi domanderete, cosa ci azzecca?, che
c'entra? C'entra, c'entra...
L'etimologia di entrambi i Tarocchi, stando alle
diverse fonti autorevoli che ho debitamente
consultato, è semplice, semplicissima, e pertanto
qui sotto la riassumo in Tarocco (1,2):
Tarocco (1,2) - Etim. sconosciuta.
Più semplice di così si muore.
Però, un'etimologia di Tarocco (1=gioco dei T.) c'è.
Infatti, scoprendola, mi sono domandato perché i
linguisti non l'abbiano presa in considerazione (a
me sembra davvero seria, cioè credibile in quanto
etimologia vera e non paraetimologia -ossia creata
dalla pura e 'semplice' fantasia -; a mio parere,
nel Golem, romanzo che Gustav Meyrink scrisse nel
1915, il significato originario del termine Tarocco
(o Tarocchi) è tutt'altro che fasullo. Udite! udite!
"'Tarocco' o 'tarot' ha lo stesso significato
dell'ebraico 'tora' che vuol dire legge, o
dell'antico egiziano 'tarut' che significa
'l'interrogata', o, nell'antico zendo, della parola
'tarisk' che vale 'io esigo la risposta'". Cosa ne
pensate?
(Intervento di
Antares666: Penso che siano etimologie
illusorie. Per quanto riguarda l'antico egiziano,
occorre fare attenzione al vocalismo, senza contare
che la -t del femminile non si pronunciava già più
nel Medio Regno.)
Il porco semilanùto, i fratelli Medio e
Lano (cugini di Romolo e Remo) o il frate laico?
- Che peccato! Ancora una volta, volendo fare
una sorpresa su quanto di etimologicamente andrò a
scrivere, mi sono tradito e avete - di nuovo -
capito tutto. Peccato davvero, ma vi giuro che non
succederà più, più! Comunque... come ho detto ieri
(e anche voi sarete d'accordo, spero) le leggende
sono molto più belle - a volte - della verità. Le
leggende alimentano il sogno, fanno 'vedere' le cose
diversamente e soprattutto non sono mai prosaiche.
La leggenda forse è più vera del vero: basta
crederci (come in tutto, d'altronde). La leggenda
affascina perché lascia le 'cose' coperte da quel
velo leggero, oscuramente chiaro o chiaramente
oscuro della foschia, o della nebbia. E sappiamo
bene che sia l'una sia l'altra (soprattutto)
'nascondendo', 'celando' in tutto o in parte ciò che
circondano, lo rendono più misterioso e dunque,
appunto, affascinante, oggetto di nuova scoperta.
Immaginiamoci quindi una pianura avvolta da una
densa foschia, folti boschi di querce, e un maiale
che vagola tra le imponenti piante, tranquillo, ogni
tanto grufolando e sgniffando col suo bel muso
piatto la terra in cerca di ghiande di cui è
ghiotto. O immaginiamoci due esseri umani (così
strani!) alla ricerca di una qualche notorietà e già
imprenditori ante litteram, in questo caso un po'
copioni e forse pure invidiosi dei loro cugini
romani.
Oppure un frate laico, inventarsi la leggenda della
nascita della città di...
Milano - secondo una leggenda sarebbe
derivato dai nomi di Medio e Lano, i due fondatori
eponimi; secondo un'altra, per essersi trovato colà
un maiale per metà lanuto (medio/lana) e per metà
setoloso. Ed ancora, tra le più strane congetture
etimologiche, si ricorda quella di Bonvesin de la
Riva [il frate laico, ndr, 1240-1315] il quale diede
addirittura un'interpretazione cabalistica: "le
lettere stesse onde il suo nome si compone alludono
alla sua celebrità... E non senza ragione profonda
il nome 'Mediolanum' comincia e termina con la
lettera 'm' ad indicare il numero 'mille'; e nel suo
mezzo racchiude le lettere 'o' e 'l', simbolo l'una
di rotondità e perciò di perfezione e simbolo
l'altra di nobiltà e di gloria. E nello stesso nome
'Mediolanum' rivengonsi tutte e cinque le vocali,
onde nulla manca alla città di ciò che ai cinque
sensi dell'uomo dir si può necessario".
Cosa ne dite? Sono soltanto leggende? Forse che sì,
forse che no. Ma belle son
belle.
17 gennaio
Sì, in fondo anche pazzo (ma non sùdicio)
- Ieri ho scritto di matti morti e di matti
opachi ma, già nel titolo, sebbene in modo
dubitativo, non di pazzi (tantomeno di... sùdici).
Invece oggi faccio il contrario e parlo
(sinestesicamente inteso) di pazzo e di sùdicio,
così, tanto per chiarire, benché, come si vedrà, il
pazzo potrebbe non accompagnarsi al matto (e neppure
al sùdicio). Questi due etimi sarebbero ancora da
scoprire (stando alle fonti di cui dispongo; ma se
qualcuno di voi è in possesso di origini più precise
me lo faccia sapere, per favore).
pàzzo - Etim. incerta. Vi sono state
diverse proposte, ma che non hanno convinto. 1) Il
Salvioni spiegò pazzo da pătiĕns (lat.) 'paziente';
ma 2) il Nigra osservò che nel concetto popolare il
pazzo non s'accompagnava al significato di
'paziente, malato', ma a quello di 'stravagante,
sragionevole'. Tuttavia, nemmeno la derivazione da
pupazzo (pensata dallo stesso Nigra) pare valida;
né, 3) è sostenibile la connessione di pazzo (it.)
con pazzo (Val di Fiemme e trevisano) 'sùdicio', e
quindi la dipendenza da *pactiare (da pact- di
*pactūmen, da cui pattume) immaginata da Biàdene.
[Da: Dizionario etimologico... op. cit.]
A mio avviso, la proposta del Nigra (2) è valida,
anche se non riesce di fatto a dimostrare l'origine
del termine (che compare, col medesimo significato,
verso il 1280); ovviamente sono da scartare la prima
e tanto più la terza proposta.
Dunque: il 'matto morto' non ci sta, ma il 'matto
opaco' in fondo sì.
Aggioghi o sei coniugato? Sta' tranquillo,
stai facendo yoga! - Però
così non vale più. Sì, perché mi rendo perfettamente
conto che già dal titolo capite tutto. Allora basta,
basta titoli che lasciano trasparire, immaginare
cosa c'è scritto, quale origine ha il termine. D'ora
in poi sarò più chiaro e diretto! Ho letto proprio
questa mattina, sul Corriere della sera, che è
tornato di moda lo yoga, e che oltre ai praticanti
seri ve ne sono altri che seri non sono, anzi:
qualcuno li ha definiti cafoni. Beh, di cafoni (e
burini) ne parleremo semmai prossimamente, adesso
invece vorrei vedere insieme a voi cos'è lo yoga.
yòga - Voce sanscrita, lett. 'unione'
(dell'uomo con la divinità), dal verbo yunákti
'congiungere', di orig. indoeuropea, parallelo al
latino jŭngere 'portare al giogo'.
Romolo e Remo, il porco semilanùto, e la
colomba - Beh,
contraddicendomi su quanto scritto poco fa a
riguardo dei titoli degli interventi, ne ripropongo
un altro. Perché questa volta - forse - non ci
arrivate così facilmente, alla soluzione. Anche se i
due fratelli più famosi del mondo possano farvi
'intracomprendere' (perché no?, se si dice
intravedere?) a cosa mi riferisco. Romolo e Remo
(detto anche Remolo, alla Berlusca) furono
fondatori, nevvero? Sì. E tutti sappiamo di cosa.
Forse lo fu anche il porco
semilanùto (ma questo si vedrà in seguito: la
fantasia - o la verità - umana non ha e non può
avere confini, come sappiamo); in questo intervento
mi limito alla Colomba, cioè a Monza (avevo detto
che ci sarei andato, o venuto, a seconda dei punti
di vista). Allora:
Monza - La tradizione vuole che sia
stata fondata da Teodolinda, la quale, avuta a Pavia
la visione di una colomba che le comandò di
fabbricare una chiesa nel luogo che essa le avrebbe
indicato, in tre successivi luoghi, fra cui Milano e
Sesto, si vide apparire la colomba che la indusse a
proseguire, dicendole tre volte "etiam!" 'ancora!'.
Giunta nel luogo ove poi sorse Monza, la colomba
disse "modo", cioè 'ora sì'. La leggenda,
illustarata nei dipinti della cappella di Teodolinda
a Monza, offre anche un'interpretazione del toponimo
che, tra le forme storiche, presenta anche la
variante "Modoctia". Non è questa l'unica congettura
proposta in passato dagli eruditi. Si può ricordare
anche un accostamento a monte, al latino modica
(curtis), e in particolare al toponimo tedesco
Magonza, l'antica Maguntia; di ritorno da questo
luogo, i legionari romani, al seguito di Druso,
avrebbero fondato Monza sul sito di Modicia (una
delle forme medievali di Monza), centro che sarebbe
appartenuto ai Galli. Il
nome della città è documentato dall'anno 768, poi
892 ecc. come Modicia, Moedicia, Moeditia, Moicia.
Verosimilmente, la forma base dev'essere Modicia,
con l'accento sulla prima sillaba, poi *Mo(d)cia,
con successiva epentesi di n, mentre Modoetia,
Modoecia sono rifacimenti eruditi. Quanto a Modicia,
si tratta, molto probabilmente, di un personale
latino Modicia.
D'accordo per la vera etimologia; ma quanto è più
bella, la leggenda! Tornerò presto, insieme al porco
semilanuto!
16 gennaio
Tolleranza/laico
- Due tra i tanti termini che si sentono, si
leggono ogni giorno e di cui si parla ormai da molto
tempo. Due parole che sono in stretto rapporto con
argomenti religiosi; due parole, insomma, di grande
attualità e, perché no, di un certo 'rilievo' anche
politico oltre che sociale. Tanto per dirne una: il
laico presidente Napolitano, riferendosi
all'annullamento della visita del papa alla
Sapienza, ha definito "un'inammissibile
intolleranza" il comportamento di alcuni docenti
che, appunto, non avrebbero gradito la presenza del
pontefice. Ma c'è anche la diatriba tra laico e
cattolico per quanto concerne, per esempio, la
difesa o meno della famiglia tradizionale; e poi,
ancora più importante dal punto di vista della
politica internazionale, c'è la tolleranza che
dovremmo dimostrare noi occidentali nei confronti
degli islamici (tolleranza sì, ma fino a un certo
punto, diciamo, senza capire che ponendoci il limite
del fino a un certo punto diventiamo intolleranti e
quindi dovremmo combattere noi stessi) Ma io non
faccio politica e non difendo né accuso nessuno.
Questo spazio è dedicato alla linguistica, alle
parole, e soprattutto ai loro significati 'primi',
ossia 'ultimi', cioè 'veri', profondi. Anche da
questo punto di vista, si può chiarire e capire il
mondo, infatti; anche da questa prospettiva - che a
volte riserva sorprese e aspetti ironici, come
vedremo - si può comprendere la società di cui siamo
parte. Allora, in ordine non alfabetico ma di
importanza, ecco l'etimo del primo termine:
tollerànza - V. tolleràre.
tolleràre - Vc. dotta, lat. tolerāre
(e questa grafia influenzerà anche l'italiano con
l'introduzione di variazioni con tol- anziché con
l'affermato toll-), legato al v. tŏllere nel suo
primitivo significato di 'portare, sopportare' (V.
tògliere). Latini anche i derivati tolerābile(m),
tolerănte(m), tolerăntia(m). Questa famiglia
di parole conobbe una larga espansione nel sec.
XVIII, quando le dispute sulla tolleranza religiosa
si fecero vivacissime [Corsivo e neretto
sono miei].
Ora il più breve e prosaico laico, il cui etimo
purtroppo non mi affascina, ma che può sorprendere,
e quindi divertire ma anche far in qualche modo
pensare, se si tiene conto - come si vedrà - di chi
l'ha coniato.
làico - Vc. dotta, lat. lāicu(m), che
la Chiesa [neretto mio] (Tertulliano) aveva
preso dal gr. per indicare ciò che era 'proprio del
popolo (in gr. laïkós)'
Infine: l'espansione della tolleranza (ma solo come
termine linguistico) si ebbe proprio quando ci
furono dispute sul piano religioso (come in
questo nostro tempo!); e laico fu coniato
proprio da chi non lo era! Incredibile, davvero
incredibile, davvero 'meraviglioso', l'essere che si
autodefinisce umano!
Matto morto o matto opaco, ma |