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Elenco alfabetico dei termini
 

Abele, Aborigeno, Afghānistān, Alano, Alkaseltzer, Ammàppete, àmmeneAmmistadhài, Ammizzàri, Annalòru, Annuzzà, Ansuèlu, Ape (con due interventi di Antares666), Aperitivo, Arabo, Aristòcle, Artemisia, Asfalto, Asso (lasciare, piantare in), Avellino, Baccalà, Benevento, Bonda, Borèla, Borgognone, Boromèta, Boton de la comare, Bozera, Brasare/Brasato, Brontofobìa, CainoCarasàu (pane)CavézzaCinghiale (con un intervento di Antares666) , Clandestino, Coda, Cu-à, Cùbere, Cuccardino, Cùccuma, Culatello, Culla, dèmone Demoniaco, Demonico, Demonio, DemonismoDemonologia, Deonomastica/Deonomastici, Deontologia, Deontologismo, Diavolo, diavolo a quattro (fare il), diavolo (farina del), Drolu, Drua, Emma, Eskimo, EtimoFar fuseti, Far la roa, Focaròtta, Foschia/Fosco, Franfellicche, Freàrzu, Fusa, Fuso, Gabanòto, Gàdda, Gaddémi, Gadollo, Gàfa, Galv, Gatto/Feles, Gatto selvaggio, Gatto selvatico Gatteggiamento, Gattomammone, Gattonare, GattopardescoGattopardo, Girumèta, Gnignarìa, Gnìgnere, Husky, Iceberg, In deruta, Indittài, Islàm, Italia, Kābul, Laico, Lambretta, Lambro (fiume), Linciare Mais, Matto, Melanzana, Milano, MonaMonza, Morfeo, Morfina, Musulmano, Napoli, Nebbia, Nomi biblici, Nomi di persona, Olocausto, Pànfilo, Paperone (Paperon de' Paperoni), Pap-test, Pasqua, Patacca, Patunèra, Pazzo, Pedìssequo, Pène, Penepiano, Pènero, Petonciano, Pizza, PlacentaPo (fiume), Porcherìa (dial.), Portafòi, Portè la glùppa (dial.), Pòvar Gaudènz (dial.), Quaresima, Ratùni, Ràule, Salma, Salmeria, Salmerista, Salume, Sitibondo, Sitofòbico, Strada, Strage, Tampùs, Tanàu, Tàpari, Tappacùru, Tarocchi (con un intervento di Antares666), Toga, Tormento/Tormentare, Tolleranza, Uggia, yoga, Zitella

 

 

 

27 giugno

cavézza - Dal lat. capĭtia, neutro plur. di capĭtium, ossia 'apertura superiore della tunica per cui passa il collo' (da căput, 'capo'); la voce proviene dall'area lombarda. Letteralmente, la cavézza è il finimento per la testa degli equini e dei bovini, per condurli a mano o tenerli legati alla greppia

cùccuma - Dal latino cŭccuma(m), ha incerta etimologia; il Dizionario Panzini del 1905 registra cògoma, coccuma, cuccuma definendolo "termine di origine dialettale e familiare, il primo più lombardo, il secondo del centro Italia" e indica il piccolo recipiente di rame o di latta di forma ollare {ossia di pentola, ndr}, con manico ad ansa, nel quale si scalda l'acqua, specialmente per il caffè. In Toscana viene definita 'bricco'. E letteralmente, infatti, cùccuma significa bricco.

culatello- E' un derivato di culo (termine di orig. indeuropea); è una voce emiliana (culatèll nel parmigiano).

cùlla - Etimologicamente deriva da cūnula a sua volta diminutivo di cūna, il quale ha etimologia incerta. Letteralmente, cùna significa 'cavità, piccolo avvallamento del terreno'. Ma già prima di Dante significa, appunto, culla.

24 giugno

tampùs - s.m. (voce del dialetto veneto giuliano, a Trieste, ma anche piemontese: tambùso, e siciliano: tompùssu). Significa 'omiciattolo, nanetto'. Deriva dal nome d'arte di un celebre nano, Tom Pouce, che, con il famoso circo Barnum, passò in Italia verso il 1850.

tanàu - agg. (sardo, a Naule). Significa 'blu'; nel sardo campidanese (attanàu a Fonni) 'vestito di mezzo lutto violetto o bruno'; a Bitti si dice tanàtu, che vuol dire 'livido'. La voce proviene dal catalano tanat 'di color lionato scuro'.

tappacùru - s.m., è laziale ma anche abruzzese (nella forma tappaculë) significa 'inganno, fregatura, perdita grave nel commercio'. Come nell'italiano familiare e dialettale inculata, e deriva da tappà 'tappare', e curu, culë, 'culo'.

tàpari - s.m. plur. si tratta di voce piemontese; in còrso tàppanu, tàbanu; ligure: tàpani; sardo - sia logudorese sia campidanese -: tàp(p)ara. Significa 'cappero, capperi', e deriva dal lat. capparis (a sua volta dal greco kàpparis) 'cappero' con mutamento della consonante iniziale che si ritrova anche nell'antico provenzale tapera, catalano e aragonese tapara (da questa forma dipende il sardo).

22 giugno

tòga - s.f. Voce dotta, lat. tŏga(m), propriamente: 'copertura' (dal verbo tĕgere 'coprire, ricoprire', di orig. indeuropea); poi, 'veste' da uomo o da donna, indifferentemente, finché non si specializzò come 'sopravveste maschile' con ulteriori differenziazioni dal lat. pălliu(m) dei Greci o dalla tŭnica(m) delle classi inferiori. Ne derivò togatū(m) cioè 'vestito con la toga'.

torménto - Lat. tormĕntu(m) 'strumento di tortura' (dal verbo torquēre 'torcere'), poi la 'tortura' stessa, anche in senso fig. Tormentare: 'mettere alla tortura', straziare con pene e tormenti fisici (1300-13, Dante).

zitella - Diminutivo di zita (cita nel XIII sec.); si tratta di un corrispondente meridionale del toscano cita, di forma bambinesca. {Sign. letterale: 'donna nubile', 'fanciulla' (nel XIV sec.) poi, con sign. scherz. o spreg. 'donna nubile e non più giovane (dal 1961)}.

Un po' di dialetto - Termini e locuzioni dialettali d'Italia e la loro (eventuale) etimologia, tanto per cambiare un po'. (Se hai richieste e curiosità da soddisfare, puoi scrivere! Clicca sull'ape, che ti condurrà alla home page, e poi su scrivete, oppure lascia un commento).

17 giugno

Paperone - m., rarissimo. Nome di un nobile personaggio spoletino del XIV sec.: Paperon de' Paperoni, a cui si sono ispirati i traduttori dei fumetti di W. Disney, alla ricerca di un equivalente italiano di Scroogie (il nome originale nell'inglese d'America dello zio di Paperino). Scroogie a sua volta deriva dal personaggio letterario, famoso per la sua avarizia, Eleazer Scroogie, protagonista del Cantico di Natale di Charles Dickens.

portè la glùppa - locuzione (marchigiano, ad Urbino). 'Portare il dono' di capi di corredo e dolciumi da parte del fidanzato alla fidanzata. Deriva da gluppa 'involto', propriamente 'viluppo', che designava il grande fazzoletto annodato ai quattro capi, usato solitamente per la spesa.

portafòi - sm. plur. (romagnolo, a Lugo di Romagna). 'Lasagne ripiene'; si preparano con un ripieno (batù) simile a quello dei cappelletti, ma un po' più fluido, si mangiano in brodo. Il termine, letteralmente e come si può facilmente immaginare, significa 'portafogli'; nella stessa zona questo tipo di pasta si chiama anche lisàgn pini, ossia 'lasagne (ri)piene.

pòvar Gaudènz (el) - locuz. sostant. (lombardo, nel comasco). 'La buonanima'. Si tratta di un'espressione esemplificativa che si avvale del comunissimo nome Gaudenzio, diffuso specialmente nella Svizzera romancia, dove l'espressione più frequente è del tipo Gudens barmìar (o parmìart). Deriva dal latino Gaudentius bonae memoriae; nel grigionese è nota anche la forma el pòr Gaudenzi.

porcherìa - sf. (umbro, abruzzese, laziale - a Roma -). Significa 'fulmine'. Nel Lazio viene chiamato anche sporchìzia, sporcìzia, mentre a Cortona porcarìa è la grandine e a Roma porcheria è la 'risipola'. Si tratta di uno dei numerosissimi termini 'tabù'; l'equivalente bergamasco è brodgà, comasco bròdega 'fulmine'.

12 giugno

in derùta - locuzione (ligure-piemontese, a Novi L.; piemontese, in monferrino: an deruta). 'In rovina, in fallimento'. Dal francese en déroute, propriamente 'in rotta' in senso figurato.

indittài - v. (sardo campidanese, a Sant'Antioco; a Baunei ingittài) 'insegnare (a leggere)'; voce che tuttavia si ritrova anche nel lombardo bergamasco: indicià, 'insegnare, istruire', 'indicare, mostrare'. E' dal latino parlato indictāre 'indicare', dal quale dipendono anche il pavese antico indichiar 'insegnare, spiegare' il milanese antico indicià 'manifestare', ed alcune forme francesi, oltre all'italiano indettare.

ratùni - sm. pl. (laziale, a Mompeo Sabino). 'Graticci per essiccare al sole mele tagliate a pezzi, fichi, uva; sono usati anche per conservare le olive nei magazzini in attesa di portarle alla mola, perché non ammuffiscano'. Termine che proviene da grata per perdita di g- (come in rattà per grattà 'grattare', nello stesso dialetto).

ràule - sm. (pugliese; in molisano: ràulë; abruzzese:ràvëjë; campano: làurë; laziale: ràulu, làuru; marchigiano, nel maceratese: làuru; calabrese: àjrë, gàjulu, gàjru; lucano: guàilë; siciliano: àjulu). Significa 'rigogolo'. I termini sono tutti continuazioni popolari del latino aureus 'fatto d'oro', come aggettivo sostantivato, con un passaggio semantico da "di color oro" a "uccello giallo".

gnignarìa - sf. (siciliano; sardo: gnegnerìa, negnerìa). 'Bagatella, inezia, cosa da bambini'. Deriva dallo spagnolo niñerìa, di significato analogo.

gnìgnërë - sm. (abruzzese; umbro: gnégnero; toscano:gnégnero; calabrese: gnégnu; siciliano: gnègnu, gnègneru, ci sono poi altre varianti). 'Cervello, giudizio, comprendonio, intelligenza'. Deriva da (in)gégno, con assimilazione fonosimbolica.

boromèta - sm. (lombardo, nel milanese). 'Merciaiolo ambulante'. Si tratta della voce lombarda borromèo o borromino, che designava 'venditore ambulante di stoffe di lana'; dalla famiglia Borromeo, alla quale appartenevano molti lanifici in Lombardia; attratto dal lombardo girumèta, nome del venditore ambulante di compassi. Quest'ultimo è una forma svisata di geometra, con influsso di girare.

bónda - sf. (piemontese: valsesiano). 'Località nascosta'. Ricondotta al gallico *bunda 'convalle', 'conca'; riflesso per es. nel provenzale bondo 'terreno acquitrinoso' e verosimilmente alla base di elementi toponomastici come Bondo, Bondeno (in prov. di Trento).

borèla - sf. (veneto). 'Palla da gioco', spec. al plurale, 'bocce'. E' il diminutivo di boro, da una supposta base *borra, 'oggetto rotondo'.

drólu - agg. (ligure). 'Sempliciotto', 'faceto, che sa far ridere'; (piemontese: dròl, con varianti) 'lepido, strano'. Proviene dal francese drôle (di origine neerlandese), con diversi significati, tutti di natura affettiva, che vanno da 'eccentrico' a 'buon compagnone', da 'capriccioso' a 'gentile, piacevole', a 'effeminato'.

drùa - sf. (laziale, ad Amaseno). 'Donna dall'andatura svelta'. Deriva dal nome (drua o truta) della 'spola, navetta', voce diffusa dalla Romagna al Gargano e, anticamente, fino alla Sicilia; prob. di origine slava (druga 'fuso per raddoppiare o ritorcere il filo'), forse attraverso il greco, se non risale direttamente al greco trôa 'filo'.

10 giugno

gabanòto - sm. (veneto: Polesine). 'Benestante'. Deriva da gabàn, elegante cappotto indossato usualmente dal benestante.

gadóllo - agg. (toscano: anche galóllo). 'Bello, buono, forte, prestante, florido, pieno zeppo, satollo', ma anche 'vanesio, gagà'. Deriva dall'ebraico gādhôl 'grande'.

gàdda - sf. (calabrese: anche galla). 'Noce del piede, malleolo'. Deriva dal lat. galla, propriamente 'noce di galla'.

gaddémi - agg. e sm. (siciliano). 'Chi somministra legna alla caldaia per cuocere la ricotta' e in senso figurato 'uomo dappoco, abietto'; anche guaddémi. Voce che proviene dall'arabo haddām 'servo, domestico'. Attraverso il siciliano la voce è entrata anche in Sardegna, ove è nota solo nel cagliaritano (basso) caddémis 'straccione, sporco, malvestito'.

gàfa - sf. (lombardo; piemontese, anche gafi al plur.; veneto) Significa 'guardia', 'gendarme', 'poliziotto'. Ha origine e diffusione gergale, presa dal francese gergale e popolare gaffe (graffe nel 1455), e deriva da gaffe 'pertica uncinata', gaffer 'uncinare', cioè 'acciuffare'.

galv - agg. (piemontese, anche garv). 'Soffice, non assodato', detto di coltri, guanciali, neve. Proviene dal gallico *wàlowo- 'sciolto, lento'; letteralmente 'ciò che vola via' (dalla radice celtica *lou) da là (wo-), a causa della leggerezza.

7 giugno

annalòru - agg. (siciliano), 'di circa un anno' (detto di animale); come sm (siciliano; pugliese: annarìulë e varianti), 'contadino che presta la sua opera ad anno', 'colono'. Dal lat. annārius, 'dell'anno'.

ansuèlu - sm. (ligure: Savona). 'Amo da pesca'. Deriva dallo spagnolo anzuelo, da una variante del lat. hamicellus 'piccolo amo (hamus).

annuzzà - v. (campano, a Napoli; calabrese settentrionale; abruzzese: annuccià), "far nodo, far groppo; non ottenere una cosa desiderata, amareggiare". Deriva da nuzzu, nóccë, e varianti, 'nòcciolo' (dal lat. nŭceus, 'nòcciolo').

cùbere - v. (sardo logudorese: anche cupire). 'Bramare, desiderare'. Dai verbi latini cupĕre e cupīre. "Solo in sardo sopravvive l'antica forma cupĕre, mentre tutte le altre lingue romanze hann solo cupīre".

cuccardìno - agg. (umbro, nel perugino). 'Ingnorante'. Deriva da coccarda; si racconta che per il plebiscito del 1860 a chi non sapeva leggere né scrivere veniva consegnata una coccarda che serviva a dimostrare ed accettare la sottomissione ai Savoia. Quindi, coloro che esibivano tale coccarda erano solo gli analfabeti.

cu-à - agg. (ligure). 'Falso' nelle espressioni in omu cu-à, in ègua cu-à 'un'acqua cheta', ïm 'urpe cu-à 'furbo che fa da gonzo'. Letteralmente, 'covato' cioè 'nascosto', come nel francese dialettale cové 'uomo sornione, che dissimula'.

patunèra - sf. (siciliano). 'Saccoccia, tasca' (in siciliano antico: pautunera). Non deriva dal siciliano panta 'tasca', ma dall'antico francese pautonnière 'borsa', a sua volta da pautonnier 'scellerato, uomo ignobile', stesso significato del siciliano pautuneri.

5 giugno

botón de la comàre - sm. (ladino-veneto, nell'Agordino). "Si chiamava così un dischetto di cera che la praticona (comàre) che assisteva al parto otteneva sciogliendo la candelina della Madonna della Candelora e poi applicava all'ombelico del neonato per non farlo uscire" (Rossi, 1992). Letteralmente: 'bottone della comare (dal latino commater).

bózera - sf. (lombardo, in milanese anche bólgira; veneto: bùzara; friulano: bùzare; emiliano: bùzara, bózra). 'Corbelleria; sciocchezza, falsità'; in friulano anche nelle locuzioni fà une bùzare 'fare un passo falso', montà su la bùzare 'andare in collera'. - Come l'italiano bùggera, è un deverbale legato alla numerosa famiglia dei derivati di Bulgarus (col latino tardo Būgerum) giudicato come 'eretico' e poi 'sodomita'. il DEI però propone di ricorrere ad una voce araba busra, collettivo di busr 'perla falsa, di vetro'.

franfellìcche - sm. plur. (campano, a Napoli: anche fanfrellicche), 'ninnoli, bagatelle', 'zuccherini preparati con miele e giulebbe'; (veneto, a Padova: franfriche), 'dolce a base di melassa, tiramolla'. Questo termine deriva dal francese fanfreluche (sm. 'bagatella, inezia', propriamente 'fanfaluca' e, come questa, risalente al greco pomphólyx 'bolla d'acqua').

freàrzu - sm. (sardo logudorese; campidanese friàrgiu, friàžu) 'febbraio'. Sono esiti dal latino februārius 'febbraio'.

focaròtta - sf. (salentino). 'Piccolo falò' che si accendeva nei vari quartieri del paese, in ricorrenza di alcune feste. - Come le varianti focaredda  e fucarazza (ma quest'ultimo tipo arriva fino al romagnolo e come sm. plur. - focaracci - in laziale e marchigiano), è derivato dal latino fŏcus con l'aggiunta di diversi suffissi.

4 giugno

ammistadhài - (sardo campidanese: anche ammestadhài). "Intrattenere una relazione illecita con una donna". Denominale di amistàdhi 'amicizia', e deriva dallo spagnolo amistad.

Passo al siciliano (ma anche calabrese) ammizzàri:

ammizzàri - (siciliano, con varianti; calabrese meridionale: ambizzari). "Educare, istruire, avvezzare". Dal latino parlato *invitiāre, propriamente 'insegnare una cattiva abitudine', da vitium (da confrontare con l'italiano avvezzare per il quale si ricostruisce una base *advitiāre).

Se qualcuno è un ritardatario, sappia che in dialetto umbro si dice

àmmene - (umbro, Foligno). "Persona che abitualmente giunge per ultima agli appuntamenti". Tratta dal paragone tu sè còm ammènne oppure tu sè còm àmmen (così si dice a Magione) 'sei sempre l'ultimo', che trova alcune corrispondenze in marchigiano e in romanesco, suggerito dall'amen, che conclude le preghiere.

ammàppete - {un classico delle esclamazioni} (laziale; umbro). "Accipicchia". Letteralmente 'ammàzzati', da ammappare 'ammazzare', forma eufemistica dovuta ad un incontro di ammazzare con accoppare.

3 giugno

Iceberg - Tutti sappiamo cos'è un iceberg, anche se non a tutti è capitato di vederlo dal vivo. Ma da dove proviene il termine?

iceberg - Neerlandese ijsberg 'monte (berg, da una base indoeuropea col senso di 'alto') di ghiaccio (ijs, di area germanica)' - con paralleli nelle altre lingue germaniche, dal ted. al danese e allo svedese - trasmesso attraverso il calco ingl. iceberg, documentato fin dal 1774 nella forma ice-burg. Ha ormai soppiantato del tutto l'antico borgognone, che è stato vanamente ripreso, come sostitutivo meno esotico di iceberg, accanto al calco montagna di ghiaccio, a ghiaccione e all'adattamento isbergo.

2 giugno

Le fusa e il fuso (orario) - Le fusa del gatto, cosa avranno mai a che fare con il fuso? E il fuso orario, che relazione ha con il fuso? Qui sotto le risposte!

fusa - Molto probabilmente la locuzione [fare le fusa] deriva da una forma arcaica dal plurale di fuso, largamente attestata: il 'russare' del gatto ricorderebbe il rumore che fa il fuso quando è in azione. "Fusa un tempo era il plurale di fuso, e far le fusa in origine doveva accennare al senso di filare, essendo giustificato il plur. dal fatto che le donne si radunano per filare: per il senso la frase corrisponde in pieno a filare, il quale pure significa 'far le fusa (del gatto)' per il rumore del molinello cui somiglia quello del gatto". Ma il 'russare' del gatto è espresso anche da tornire, dove è confrontato col rumore del tornio. In Valsugana sono ricorsi al rumore della ruota, perché la frase che vi risponde è far la roa, sempre del gatto. Il concetto delle fusa ritorna nel veneziano, nel quale, oltre a filàr, usa far fuseti, che il Boerio 'traduce' con tornire.

fuso - Lat. fŭsu(m), di etim. incerta. L'accezione matematica e geografica (fuso orario) della vc. deriva dalla somiglianza tra la superficie sferica sviluppata su un piano, col fuso, che è gonfio al centro. {Sign. letterale: nella filatura a mano, arnese - spec. di legno - assottigliato alle estremità e panciuto nel mezzo che, fatto ruotare su sé stesso, provoca la torsione e l'avvolgimento del filo}.

31 maggio

Demone, Demonio, Diavolo - Esprimono lo stesso 'essere'? No, il Diavolo non c'entra, anche se oggi - e da tempo ormai, ossia dall'avvento del Cristianesimo e dalla sua susseguente espansione - la con-fusione è innegabile. Vediamo:

dèmone - Voce dotta latina dāemone(m), col der. tardo daemŏnicu(m): dal gr. dàimōn, forse der. del verbo dàiesthai 'distribuire, ripartire' (il demone sarebbe un 'dispensatore'). [Significato letterale: solo nel 1306 il termine diventa sinonimo di 'demonio' nel significato semantico (che si vedrà qui sotto); ma il Tasso (1594, quindi 288 anni dopo) ancora lo definisce un 'essere [nelle antiche religioni politeistiche] in forma umana, animale o mista, di natura quasi divina' {quindi senza alcun riferimento ad un Signore delle tenebre}. Più nota certamente l'accezione socratica: 'voce interiore che richiama l'uomo al suo compito e lo ammonisce su ciò che si deve fare o non fare'. Mentre per il Foscolo (1817) dèmone è la 'passione sfrenata'. Da dèmone derivano: demònico, agg. 'di demone'; demonìsmo, s.m. 'tendenza di alcune religioni primitive e superiori a spiegare i fenomeni naturali come manifestazione di forze demoniache (1892); demonologia, s.f. 'studio delle credenze religiose sui demoni e sul demonio' (1820)].

demònio - Vc. dotta, lat. tardo daemōniu(m), daemonĭacu(m), dal gr. daimònion, originariamente 'forza divina del dèmone' (V. dèmone). [Significato letterale: 'spirito maligno, che incita l'uomo al male' (ma il Cristianesimo si è già espanso - 1292 -). Locuzione: farina del demonio (o farina del diavolo): 'roba acquistata in modo disonesto'. Derivato: demoniaco, agg. 'del demonio, diabolico, perverso, infernale' (1891, G. Carducci)].

diàvolo - Lat. cristiano diăbolu(m), dal gr. diàbolos, letteralmente 'calunniatore', dal verbo diabàllein 'gettare (bàllein) attraverso (dià). In questo caso sorvolo sul significato letterale, ma riporto la locuzione ancora oggi in uso fare il diavolo a quattro ('far disordine, baccano, confusione' - 1698 -): è un calco del francese faire le diable à quatre, e deriva dalle rappresentazioni teatrali del medioevo in cui i diavoli apparivano generalmente in numero di quattro

Salume - Da sale.

Salma - Riporto questo termine in quanto mi è sembrato curioso il suo significato letterale più che quello etimologico. In teoria, anche se ancora in vita, siamo comunque salme! Sentiamo il DELI:

salma - 'corpo umano rispetto all'anima' (av 1321, Dante). E solo nel XIX sec. (1838 e poi 1872) il termine prende il significato di 'corpo di persona defunta'. Anche per il Petrarca 'salma' significa semplicemente 'corpo' e non 'corpo morto, cadavere'. Altra accezione che nulla ha a che fare con la morte è: 'misura italiana di capacità per aridi e liquidi' (salma nel lat. mediev. di Roma nel 1166). Derivati: salmerìa, 'insieme di quadrupedi adibiti al trasporto di armi, munizioni, viveri (dal lat. mediev. di Bologna del 1334, saumaria), e anche lo stesso 'insieme dei materiali così trasportati'; salmerista, 'soldato addetto alle salmerie di un reparto'. Veniamo ora all'etimologia, anche se non soddisfa poi così tanto quanto si vorrebbe:

Lat. parlato *săuma(m) per il tardo săgma(m) 'basto, sella', dal gr. sàgma (der. di sàttein, 'riempire, caricare', d'orig. sconosciuta).

29 maggio

Cinghiale - L'autorevolissimo DELI, in relazione all'ottimo animale, per quanto riguarda l'etimo riporta: lat. (porcum) singulare(m), 'porco solitario', cui è sovrapposta cinghia, la cinghia di setole bianco-giallognole intorno al collo. Giovanni Semerano - richiamandosi sempre alle radici - dice: (lat.) aper, apri cinghiale; umbro: apruf, abrof; lat. "apros"; dal greco capros, porco (di specie selvatica). Dall'accadico apparu, happarru (porco selvatico). Intervento di Antares666: Semerano non è esattamente un autore attendibile, anche se in questo caso il raffronto ha senso (la radice è un relitto preindoeuropeo).

E l'ape?!

Già, proprio l'ape mancava. Me ne sono accorto poco fa, mi sono detto: "e l'etimologia di ape?, visto che l'hai messa come logo?" Così provvedo subito:

ape - Di etimo incerto, dice il DELI che tra l'altro riporta il latino ape(m). Mentre qualcosina, ma che può bastare rispetto al nulla, ci racconta Semerano: apis -is: se ne ignorò l'etimologia. Deriva da Accadico apu (punta, spina), appu (punta, insetto). Interventi di Antares666: 1) E' un caso davvero oscuro. A parer mio la fonte ultima è l'egiziano antico bjj.t ('ape; miele'), anche se tramite una lingua ignota. Si noti in ogni caso come in etrusco il termine apiana 'camomilla; moscatello' potrebbe contenere la stessa radice. L'esito copto della forma egizia è ebio: 'miele' (con l'accento sulla -o: lunga). Il raffronto dato da Semerano non è convincente: le due forme sembrano isolate, e la semantica è poco chiara. 2) Spiego meglio le difficoltà. In nessuno dei libri a mia disposizione ho trovato le forme date da Semerano; non trovo nulla di simile nell'intero database etimologico di Starostin relativo alle lingue afroasiatiche; le due parole non sembrano essere neppure di origine sumerica. La mia impressione è che si tratti di arcaismi o di lemmi marginali che devono essere studiati attentamente. Tra l'altro non è affatto detto che la parola che indica l'insetto sia imparentata con quelle che indicano la punta, la spina (esistono moltissimi insetti sprovvisti di pungiglione e non si capisce bene quale tipo di artropode fosse chiamato appu in accadico). Le omofonie in accadico sono numerosissime.

 

24 maggio

La Padania l'ha inventata Bossi?

No. Umberto Bossi, senatore e ministro, non ha inventato nulla; soltanto, ha usato e usa l'altro nome con cui si indica (o indicava) la Pianura Padana. La Padania superiore comprende il territorio della pianura piemontese, la Padania inferiore quello delle pianure lombarda e veneta. E' ovvio poi che l'etimo non è da ricercarsi nel termine Padania ma in quello da cui esso deriva. E' sufficiente cliccare sulla 'voce' Po nell'elenco alfabetico qui a sinistra per scoprire l'arcano.

31 marzo

Afghānistān e Kābul

Ancora tragicamente attuali, sia il Paese asiatico sia la sua capitale, come tutti sappiamo, per quella maledettaccia guerra che non ha alcuna scusa, nessun significato umano; purtroppo però c'è ancora; per fortuna (se così si può dire, visto come sono ridotti l'uno e l'altra) però ci sono ancora: Afghānistān e Kābul. Allora, al Paese e alla sua capitale dedico questo breve intervento:

Afghān - significa “abitazione delle alture” e deriva da base corrispondente ad accadico appu (nel senso di ‘tip, crown, spur of land’; etiope anf, ‘naso’, ugar. ap, ebraico af, ‘naso’) con la base corrispondente ad accadico ganīnu, ga’ īnu, con influsso della base gennu (montagne). La voce Afghān è documentabile solo dall’XI sec. e ne sono state date spiegazioni richiamando Arriano, Ασσαχανοι e Ασπασιοι, Strabone Ασταχηνοι e Ιππασιοι; il Mahābhārata ha Aswaka; quelle forme rendono un senso per lo più corrispondente a quello suddetto e sono analizzabili: Ασταχηνοι (‘abitanti in alto’), da una base as- ‘altura’, corrispondente ad acc. āsu e –χηνοι corrispondente ad acc. kēnu (riferito agli abitanti: “stabili in quel luogo”); Ιππασιοι conitiene chiaramente la base suddetta, corrispondente ad acc. appu (vetta); Ασπασιοι reca la base componente Asp- che corrisponde ad acc. āsibu (abitanti), e la base corrispondente ad āsu (alto).

Kābul - Il nome della capitale dell’Afghānistān è quello del suo fiume, Kābul, posta a 1800 m s. m.; ed è l’idronimo che questa volta deriva dal toponimo: il nome Kābul deriva da basi che designano la sua posizione di “città della montagna”; accadico ka-pi-ia-lum, composto da kāpum (‘roccia’), e ālum (‘città’); ebraico ohel. Kābul è nome di una città israelita in Asher e di un distretto di alcune città in Galilea.

 

21 marzo

Altri deonomastici...

Linciare - sec. XIX, dall'ingl. d'America to linch derivano sia il nostro linciare sia il francese lyncher, lo spagnolo lynchar, il tedesco lynchen. L'eponimo è, con ogni probabilità, l'agricoltore della Virginia Charles (o William) Lynch, morto nel 1796 che, ai tempi della Rivoluzione americana, aveva costituito un tribunale privato, che giudicava vagabondi, ladruncoli e tipi sospetti, e li condannava senza appello e faceva immediatamente eseguire la sentenza a furor di popolo. Di qui il significato attuale di 'giustizia sommaria'.

husky - sec. XX, 'cane da slitta delle regioni artiche del Nuovo mondo'. Vocabolo ingl., abbreviazione e alterazione di Eskimo, Eskimese. Da anni è diffuso il termine eskimo per indicare il giaccone imbottito analogo a quelli che, presumibilmente, si usano in Artide.

Morfina - sec. XIX, 'alcaloide sedativo e stupefacente', dal francese morphine, ispirato a Morfeo o Morpheus, figlio e ministro del sonno, colui che manda i sogni.

 

19 marzo

Deonomastica - 3

Tutti sanno cos'è il pap-test, e soprattutto le donne. Ma forse non tutti sanno che è anch'esso un termine deonomastico, che 'proviene' da un nome proprio, e precisamente dal cognome di uno scienziato americano di origine greca. Analogamente, chi non sa cos'è un pànfilo? Quante volte ci è capitato di vederne almeno il profilo, da lontano, noi comuni mortali in costume e 'pancetta' (eventuale), ancora bianco-latte, sulla battigia, una mano a visiera per proteggerci dal solleone, e quello scafo laggiù che solca lento le acque con a bordo chissà chi... Beh, anche pànfilo ha origini onomastiche.

Pap-test - anni Cinquanta, dall'identico termine inglese (più propr. Papanicolau's strain or smear), "metodo per la diagnosi precoce dei tumori uterini mediante la colorazione di secreti prelevati in situ"; inventato dallo scienziato americano di origine greca George Papanicolaou.

Pànfilo - sec. XIV, "imbarcazione da diporto". Da pàmphylon, dromone o veloce nave della Panfilia, antica regione costiera dell'Asia Minore che si stendeva tra Licia, Pisidia e Cilicia.

 

18 marzo

Deonomastica - 2

Secondo 'intervento' con termini deonomastici a mio avviso davvero 'curiosi': il primo getta una luce sulla geografia attuale, il secondo richiama la mitologia greca. I termini in questione sono asfalto e asso (quest'ultimo considerato soltanto nella locuzione lasciare in asso). Questa volta, però, le fonti sono due, e non del tutto concordanti, e ciò rende la cosa ancora più interessante. Il DELI (Cortelazzo-Zolli,Zanichelli) per quanto riguarda l'etimo di

asfalto - riporta: Voce dotta, lat. tardo asphaltu(m), dal gr. àsphaltos, di origine semitica. [Tutto qui, nota mia].

Sentiamo invece cosa ci dice il Dizionario storico (op. cit.):

asfalto - sec. XIV, usato in tutte le lingue di cultura come sinonimo di bitume o, anche, in ardite metafore (ad es. il film Giungla d'asfalto). Asfalto è citato da antichi scrittori (Diodoro Siculo, Plinio, Isidoro di Siviglia [forse il primo etimologo, nota mia] i quali stupivano di fronte a questa misteriosa sostanza che galleggiava sulle acque del lacus Asphalticus, tra Gerico e Zoaran. Il lago asfaltico è oggi noto come mar Morto.

Veniamo ad

asso (lasciare, piantare in). Il DELI in questo caso parte dalla loc. aver l'asso nella manica, che deriva dalla tecnica di chi, barando al gioco, tiene pronto nella manica un asso da giocare al momento opportuno. Sempre al gioco delle carte è probabile che facciano riferimento le loc. lasciare in asso, rimanere in asso. [E a questo punto il DELI cita B. Migliorini - nota mia -] ("probabilmente da 'fare il punto più basso ('l'uno') al gioco dei dadi"). Il DEI pensa invece a una derivazione molto ipotetica, "dal lat. assus 'arrostito', poi 'senza acqua o liquido', 'senza mistura', 'puro', e infine 'solo'" e ricorda l'ancor meno probabile "allusione al mito di Arianna, abbandonata da Teseo nell'isola di Nasso" [...]

Mentre il Dizionario racconta:

asso (piantare in) - Il Lapucci la riconduce al nome dell'isola greca Nasso, ove Teseo con maschistico [sic!] comportamento, abbandonò la donna che per lui aveva steso il filo d'Arianna consentendogli di uscire indenne dal Labirinto. Effettivamente, fra piantare in asso e piantare in Nasso la differenza è poca.

 

16 marzo

Deonomastica

La Deonomastica prende in considerazione tutte quelle parole che derivano, ossia traggono la propria origine, dai nomi propri. La fonte a mia disposizione è l'interessante Dizionario storico di deonomastica - Vocaboli derivati da nomi propri, con le corrispondenti forme francesi, inglesi, spagnole e tedesche di Enzo La Stella T. ed edito da Leo S. Olschki (Firenze, 1984). Leggendolo o semplicemente sfogliandolo, ci s'imbatte in parole anche comunissime, ma la cui radice è davvero 'curiosa'. Allora ho deciso di dedicare un po' di spazio alla deonomastica, e comincio con un termine che mi sembra etimologicamente interessante (anche se molti di voi non si stupiranno). E il termine è:

Aborigeno - termine che istintivamente si è portati a collegare con origines, errore in cui cadevano anche i Romani. In realtà gli Aborigines erano una popolazione italica che abitava l'alto Lazio ed ebbe re leggendari, quali Latino, Fauno ed altri. Secondo Dionigi d'Alicarnasso il loro nome significava 'abitanti dei monti'.

Proseguo con:

Alano - cane da guardia e da caccia chiamato anche, impropriamente, grande danese. L'origine del nome, più che alla tribù sarmatico-germanica degli Alani, pare debba riferirsi alla Catalogna, dove il canis (cat)alanus sarebbe stato perfezionato. [nota mia: quindi non degli Alani ma dei Goti, i quali si stanziarono in quella regione della Spagna che appunto prese il nome di Gotalonia, 'Catalogna'].

Altro termine il cui etimo è un deonomastico:

Alkaseltzer - come tutti sappiamo è ora un nome commerciale, e si tratta di una polvere effervescente antiacida. Bene: il suffisso -seltzer è ricalcato sul toponimo Niedersel (Hessen), località rinomata per le sue acque effervescenti naturali. Analoga origine ha l'(acqua di) Seltz, prodotto carbonato artificiale, in origine sorto come surrogato delle acque gassate naturali.

 

9 marzo

Aperitivo

Voce dotta del latino tardo aperitivu(m) 'che apre', da aperire, 'aprire'; nel significato di 'bevanda alcoolica' è un calco sul francese apéritif (1888 in questa accezione).

8 marzo

 Intervento di Antares666 sull'etimo di 'ape'

"Il termine ebraico d'vorà, che indica l'ape, è da una radice DBR omofona di quella che indica il verbo. Ad esempio davàr = parola, d'var Elohim = parola di Dio, e così via. In realtà le due basi hanno origine diversa, come ci mostra anche la comparazione con le altre lingue semitiche. D'altronde le etimologie popolari, spesso poetiche, non sono rare nei testi biblici, e nel sentire comune l'ape era connessa effettivamente al linguaggio. Presso i Celti si diceva addirittura "cento anni di dolore a chi uccide un'ape". E' significativo notare che Treviri era ancora di cultura celtica ai tempi di Sant'Ambrogio: San Girolamo ci testimonia che la lingua parlata in quella città era simile a quella della Galazia. Ricordo di aver letto il caso di un monaco della Galazia vissuto in epoca ancora più tarda. Costui si era recato a Gerusalemme, e in seguito a un ictus aveva completamente perso la capacità di parlare e di capire qualsiasi lingua ad eccezione del suo idioma nativo, che però in quelle terre nessuno comprendeva.
Un caro saluto!"

2 marzo

Olocausto - Parola non molto recente ma, se vogliamo, nemmeno antichissima, anche se la sua 'bella età' ce l'ha eccome, infatti etimologicamente è attestata da poco prima del 605 d.C. Eppure è di gran voga, e da decenni; e ogni tanto vien fuori, come per esempio oggi sul Corriere della Sera, che in relazione ai devastanti fatti accaduti a Gaza riporta: Abu Mazen invoca l'Onu: un olocausto. Poche le definizioni così precise e pregnanti per quanto è successo: 60 morti, tra cui molti bambini, sotto al fuoco israeliano. Allora:

olocausto - Voce dotta del latino tardo holocaustu(m), trascrizione del greco tardo holòkauston, letteralmente 'tutto (hòlos) bruciato (kaustòs), riferito alla vittima sacrificale che, secondo l'antico rito ebraico, doveva venire completamente consumata dal fuoco.

Nomi di persona (e non solo)

In Germania si è abbattuta una tempesta che hanno chiamato Emma. Chissà perché l'hanno chiamata così, mi sono domandato, e allora sono andato a consultare il caro Santi e fanti, il quale dice che:

Emma - è di origine germanica, in quanto considerato allòtropo (ossia altra forma) di Irma, con cui divide la derivazione da irmin, 'potente'. [E in effetti, una tempesta, generalmente è qualcosa di potente; ma chi l'ha denominata in tale maniera, sapeva veramente che il nome ha a che vedere, appunto, con la potenza?]

E ora due nomi 'mitici' e biblici. I nomi in questione riguardano i nostri antenati, i nostri progenitori: Abele e Caino. Sentite un po' cosa significano - anche se, stando sempre a Santi e fanti, - l'origine non è chiara (soprattutto per il secondo).

Abele - Secondogenito di Adamo ed Eva, che la Genesi ci presenta come il capostipite delle popolazioni dedite alla pastorizia, in opposizione [c.vo mio] ai seguaci del primogenito Caino, agricoltori. Abele, il cui nome ebraico Hebhel o Habhel ha probabilmente il significato di soffio vitale o, anche, di nebbia, vanità, sempre che non venga dall'assiro figlio, generato. Come si sa, A. viene ucciso dal fratello Caino, invidioso della preferenza che Dio dimostra agli agnelli del fratello, disprezzando le primizie del suo orto.

Caino - Nome che cerca di rendere l'ebraico Cayn o Caym (l'origine del nome è ignota; le congetture vanno da un qaniti 'possesso o acquisizione', a un qans 'lavorò i metalli).

1 marzo

Brasato - Siccome mia moglie ha preparato il brasato - oggi, ma lo mangeremo domani, domenica (le cose cucinate il giorno prima di essere consumate, 'riposando', diventano più buone) sono andato a rivedere la voce e il suo etimo; il DELI ci dice che brasare è voce dei dialetti settentrionali, dove brasar è denominale di brasa 'brace', e corrisponde al fr. braser, a cui, prob., si devono le accezioni tecniche. Bras(i)a per 'brace' è nel latino medievale della Curia romana (1354) e, più tardi, a Fermo (sec. XVI). Il significato letterale, come è noto, è: 'cuocere a fuoco lento in teglia chiusa, con poca acqua' (1965, Garzanti).

29 febbraio

Pedìssequo - [Significato letterale: 'chi si adegua passivamente e senza alcun contributo personale alle idee, ai metodi, allo stile e sim. di qualcuno; ma già prima del 1498 significa 'accompagnatore fedele'; mentre nella seconda metà del XVIII secolo acquista anche il significato di 'chi imita un modello letterario']. Sul piano etimologico la parola è la voce dotta latina pedisequu(m), composta di pedis 'piede', e sequi 'seguire', e che significa 'servo che accompagna a piedi il padrone'.

Aristòcle - [Se non provieni dalla H.P. puoi andarci, tanto per sapere perché prendo in considerazione questo nome]. Bene, ci racconta Enzo La Stella nel suo Santi e fanti, dizionario dei nomi di persona (Zanichelli): Nome che merita menzione se non altro per essere stato il vero nome di Platone; ha un chiaro significato augurale: àristos, 'il migliore', e cleòs, 'famoso'. In italiano Aristòcle corrisponde a Filiberto, di origine germanica.

16 febbraio

La pizza è tedesca! - L’etim. di pizza pare oggi chiarita […]. G. Princi Braccini, in Etimo germanico e itinerario italiano di ‘pizza’, ritiene che la parola sia l’equivalente nel germanico d’Italia (gotico e/o longobardo) dell’antico alto tedesco bizzo-pizzo (cfr. il ted. mod. Bissen) documentato nelle accezioni di ‘morso’ ‘boccone’ ‘pezzo’ ‘pezzo di pane’ ‘forma di pane’ ‘focaccia’: gradi cristallizzati di un comune processo di traslato metonimico o di sineddoche a catena (‘morso’->’boccone’->’pezzo di pane’->’focaccia’). Bizzo/pizzo è un sostantivo verbale con tema in –an, in genere maschile, formato sul grado ridotto di bizan ‘mordere, azzannare per difesa o per attacco, pungere’, e in senso figurato ‘arrecare ferita o dolore, tormentare’, ed anche ‘stimolare, incitare’. A partire dal XII sec. figura però anche un femminile in –on, bizza/pizza, e in un codice del sec. XIII-XIV compare l’altro metaplasmo femminile in –in, pizzi. A conferma di questo tipo di evoluzione semantica, la Princi Braccini ricorda l’analoga fenomenologia del lat. buccella, parola che viene glossata con bizzo. Buccella, dimin. Di bucca, può tanto significare ‘offa parva’, quanto stare in ‘pro pane parvulo tenerrimo’ (“small bread divided among the poor” [ndr: ‘piccolo pane diviso tra i poveri’]. Il suo derivato buccellatum si è ulteriormente specializzato in ‘biscotto’ e specialmente in ‘biscotto militare’, ‘galletta’, e in italiano buccellato = ‘sorta di focaccia’. A bucca risale un *buccata di diffusione panromanza che può essere ‘pezzo, boccone’, ma anche ‘panino’. Passando ad esaminare le varianti (pizza, pinza, petta), attestate nei docc. medievali e confrontate con la situazione odierna, la Princi Braccini osserva che la forma petta porta in sé le tracce di quella più antica e assidua presenza germanica propria dell’area friulana in cui compare. In gotico non è attestato il corrispondente di bizzo ma se volessimo ricostruirlo avremmo *bita, maschile di forma debole. Ebbene, se tale *bita è mai esistito il risultato italiano petta appare del tutto regolare. Si tratterebbe insomma di un’accezione abbastanza antica della voce […]. Il punto di partenza per pizza coinciderà invece con l’alto tedesco bizzo/pizzo. L’appartenenza della variante pizza allo strato longobardo viene corroborata dalla sua dislocazione geografica. Essa infatti appare concentrata, a parte la davvero troppo recente presenza nel pesarese, dopo l’isolata comparsa sulle rive del Garigliano (in pieno ducato benevvantano), in quella zona degli Abruzzi attraversata dal fiume Pescara (Aquila, Penne, Celano, Sulmona) dove assai fitti furono gli insediamenti longobardi. Petta e pizza andranno quindi annesse a quella ben nota serie di coppie di prestiti germanici entrati in Italia in due epoche mediante il contatto con due popolazioni diverse. Quanto alla forma pinza, si è tentato di spiegarla in vari modi. Si tratta comunque di vicende abbastanza tarde che riguardano la dialettologia italiana, qui basta ribadire l’indubbia appartenenza allo stesso lemma etimologico di petta e pizza. E’ certo comunque che la fortuna odierna della pizza viene da Napoli.

Placenta - Tutti sappiamo cos’è la placenta, si tratta di un organo aderente alla parete dell’utero con funzione di nutrire il feto al quale fornisce gli elementi per l’accrescimento attraverso il cordone ombelicale, e che viene espulsa dopo il parto. Questo in anatomia, mentre in botanica è la parete più interna dell’ovario, alla quale sono attaccati gli ovuli. Il termine, con riferimento all’anatomia, è conosciuto già prima del 1698, mentre la seconda accezione è più recente e risale al 1700 circa.
Già, ma cosa significa, da dove trae la sua origine?, ossia, ancora – visto che qui siamo (siete) in ETYMOS - qual è la sua etimologia? Beh, forse non ci crederete, ma se andate a leggere pizza, qui sopra, ci sarete arrivati! Incredibile, vero?! Eppure…

placenta – Vc. Dotta, lat. placenta(m) ‘focaccia’, dal greco plakounta, acc. Di plakous, der. di plakoeis ‘in forma di vassoio’, a sua volta da plax, genit. plakos ‘ogni superficie larga e piatta’. “La placenta (come t. anatomico) fu così detta dalla sua forma, rassomigliando ad una focaccia”.

[ndr: come il chiaro dell’uovo quando è disteso in un tegamino].

14 febbraio

Brontofobìa e non solo - Chi di noi non ha mai sentito brontolare il padre o la madre, e proprio contro di noi perché - ad es. - avevamo preso un brutto voto a scuola? Io penso che tutti (o quasi, comunque molti) li abbiamo sentiti. E a furia di sentirli ci è venuta la fobìa e adesso, appena sentiamo rombare, rumoreggiare, ci spaventiamo. Anche la mia piccola principessa, che se n'è andata di casa poco più di due anni fa - aveva 23 anni - era brontofòbica, sì. Sto parlando di Sweezy (vedi 'Gatto', c'è una sua foto con me). Finché ha avuto l'udito è stata brontofòbica, poi, diventata sorda a causa dell'età, ovviamente non più. Eppure io non urlavo, e mia moglie nemmeno (a parte qualche litigarellatina ogni tanto, così, per rendere l'amore tra noi più bello - ma di questo, a Sweezy, non interessava poi molto). Allora? Allora, cosa significa brontofobìa? Davvero vuol dire paura di sentire brontolare? Può anche darsi. Ma ascoltiamo cosa ci dice il nostro caro, vecchio, autorevole DELI.

brontofobìa - Vc. dotta, comp. del greco bronté 'tuono' (da brémein 'rombare, rumoreggiare', di probabile orig. espressiva) e fobìa 'paura'. Semanticamente significa, infatti, 'paura dei temporali', e brontòfobo è colui che teme il rumore del tuono. [Proprio come la piccola Sweezy, che andava a nascondersi sotto al letto!].

Sitibondo & sitofòbico - Proprio poco fa ho riportato l'etimologia di brontofobìa, seguita da un elenco di 126 termini che fanno...'paura', 'timore', e in quest'elenco ho segnato in rosso - con mia domanda tra parentesi - la parola sitofobìa. In effetti, stando a quanto detto a riguardo del sito, e data la quantità di tempo che mi prende sul piano tecnico, posso proprio dire che talvolta mia moglie mi trova...sitibondo, nel senso di meditabondo sul sito (= sto pensando molto al sito, sono sprofondato nel pensiero su come fare il sito). Ma sarei pure sitofòbico, poiché - a sentire uno psicologo - sarebbe così tanta la paura di 'costruire' un sito che, appunto, non ci riesco, ne vengo impedito dalla paura stessa. Ancora: mi piacerebbe sapere cosa ne pensate voi, leggendo questi due termini; mi piacerebbe sapere cosa vi fanno venire in mente. Sì, perché, come ho già avuto occasione di dire, talvolta le parole si lasciano immaginare nel loro significato - semantico, letterale - e lasciandosi immaginare ci conducono in errore, un errore del tutto involontario, in verità. Ma bando alle ciance e di nuovo porgiamo occhi e orecchie al DELI, il quale racconta:

sitibóndo - Vc. dotta, lat. tardo sitibŭndu(m) 'assetato', da sĭtis 'sete'. [Sign. lett.: 'che ha sete' (av. 1492, Lorenzo de' Medici), 'avido' (fine sec. XV, Piovan Arlotto)].

Veniamo ora all'altro termine (in realtà sul DELI non compare sitofòbico, ma la parola da cui questo deriva):

sitofobìa, sitiofobìa - [ndr: in questo caso devo prima illustrare il significato semantico, poiché la 'radice', l'etimo, è relativo al termine sito, infatti la parola in oggetto è un composto di sito- e fobìa. Sitofobia significa]: 'avversione morbosa per il cibo'. E dove sito- è il primo elemento che, in parole scientifiche composte, significa 'cibo' o indica relazione con cibo [ndr: proprio come sitofobia, appunto, ma anche come sitologia 'scienza dell'alimentazione'].

Etimo di sito- è il gr. sitos 'cibo', 'grano'.
 

10 febbraio

Tra 40 giorni la Pasqua - Tra 40 giorni più o meno, si mangerà la Colomba invece del panettone, ma, soprattutto, ci sarà il lunedì festivo. Però bisogna attendere per un mese e dieci giorni - sempre più o meno - e questo periodo di attesa, per i Cristiani, è denominato...

quaresima - dal lat. class. quadragēsima(m) 'quarantesima'; nel lat. eccl., sottinteso dĭe(m) 'quarantesimo (giorno prima della Pasqua)'.


Ma la Pasqua? -
E' davvero strano, ma a volte le etimologie lasciano male, o non troppo bene, non molto soddisfatti; uno pensa chissà che, e invece... L'etimo di Pasqua non riguarda tanto i Cristiani, ma gli Ebrei (e non c'è niente di male, per carità!) Ciò che mi lascia così-così è proprio l'etimo: nulla di particolare, in fondo (ma per gli Ebrei sì, eccome). Vediamo, ascoltiamo dal DELI:

pàsqua - Lat. crist. păscha(m), dal gr. pàscha, dall'ebr. pesah, propr. 'passaggio', perché la pasqua ebraica era stata istituita per commemorare l'uscita degli ebrei dall'Egitto. La voce fu deformata per accostamento paraetimologico a pāscua 'pascoli'.

[Ma allora se scrivessimo pascua... non sarebbe errore!]
 

9 febbraio

Deontologia (2) - Kant, 'deontologo' o 'deontologista'?
"Il più famoso deontologo è stato, probabilmente, Immanuel Kant (1724-1804). Non il primo ovviamente :)".
Questo il commento di S. giuntomi dopo la pubblicazione dell'intervento intitolato Deontologia (vedi sotto), intervento che contiene errori (mi era stato riportato che Kant fu il primo, mentre S. giustamente corregge, come si può vedere qui sopra). Allora ho fatto ulteriori e più approfondite ricerche (fonte: Enciclopedia Filosofica, Bompiani, I, 2006, vol. III, Col-Dol. Il primo articolo è firmato G. Masi - G. Cosi, il secondo A. Da Re).
deontologia - In generale, significa quella parte della morale che riguarda i doveri specifici di alcuni stati professionali.

La deontologia è concepita in un significato del tutto particolare da Bentham, che mira a costituire, in una “sana morale”, l’omogeneità dell’interesse e del dovere, in vista della maggior somma possibile di felicità conseguibile dal maggior numero di persone. “La base della deontologia è quindi il principio di utilità, cioè in altri termini, il principio che un’azione è buona o cattiva, degna o indegna, meritevole di approvazione o di biasimo, in proporzione alla sua tendenza ad accrescere o a diminuire la somma della felicità pubblica” (Deontology or the Science of Morality, parte I, capp. 1-2, tr. It. Di A. Cojazzi, Deontologia, Torino, 1935). In questo senso la scienza deontologica consiste nel saper valutare preliminarmente le conseguenze di un’azione [ndr: c.vo mio] in modo da poter stabilire, in base alla somma di piacere o dolore che ne può derivare, se essa è moralmente da compiersi o meno.
Il termine deontologia ricorre comunque più normalmente in riferimento allo studio empirico delle regole di comportamento relative alle facoltà, ai doveri e alle responsabilità connessi con gli status professionali [ndr: c.vo mio]. […]
Attraverso la deontologia le professioni esibiscono le proprie credenziali alla società in cui operano, adottando forme di autodisciplina che vanno dal semplice giuramento fino al codice vero e proprio [nota mia: vedi ad es. il giuramento di Ippocrate, e/o l’attuale codice deontologico di cui si sono dotati gli stessi medici e non solo loro]. […]

Io ho abbreviato l’articolo riguardante il termine Deontologia, ma assicuro che in esso non si fa assolutamente cenno ad Immanuel Kant (se volete, se avete desiderio di leggerlo in toto, potrò completarlo, basta lo richiediate). L’ articolo prosegue prendendo in considerazione soltanto le ‘categorie professionali’.

Veniamo ora alla voce successiva:

deontologismo – Usata per lo più nell’ambito dell’etica normativa, la categoria del deontologismo [ndr: addirittura una categoria!] (dal greco deon: ‘ciò che è necessario fare’, ‘ciò che si deve fare’) identifica le diverse concezioni morali per le quali il concetto di “dovere” o di “obbligazione morale” è assolutamente prioritario rispetto ad altri concetti (bene, fine, virtù, valore, felicità ecc.) del lessico morale. L’etica di Immanuel Kant rappresenta la formulazione più chiara e rigorosa di deontologismo [c.vo mio].
Solitamente contrapposto al consequenzialismo, il deontologismo ritiene che il criterio di giudizio della moralità o meno dell’agire non risieda prioritariamente nel calcolo delle conseguenze derivanti dall’agire stesso, ma dal rispetto incondizionato del dovere, che come tale s’impone alla coscienza di ogni essere morale. In tal senso per Kant non è sufficiente evitare di compiere delle azioni contrarie al dovere (come ad es. mentire o rubare): neppure le azioni semplicemente conformi al dovere (non mentire o non rubare per timore di essere scoperti e quindi puniti) possono essere definite morali. Perché le azioni siano morali è necessario che la volontà sia incondizionatamente buona e quindi segua il dovere per il dovere; essa non deve essere soggetta ad alcuna inclinazione o desiderio, o condizionata dalla ricerca dell’utile o della felicità. Più in generale si può affermare che per il deontologismo, non solo di Kant ma anche successivo, il “punto di vista morale” è chiaramente indipendente e preminente rispetto ad altri punti di vista (culturale, politico, economico ecc.); come tale esso non può essere subordinato o sottoposto a un calcolo di massimizzazione […]
Anche questo articolo è stato abbreviato – e non di poco – ma vale la regola della curiosità e dell’interesse, come sopra. I concetti essenziali, relativi all’uno e all’altro termine, e di essi distintivi, credo siano comunque chiari, benché il confine tra i due sia segnato da un filo più che sottile - che tuttavia esiste e demarca una non superficiale differenza. Malgrado entrambi abbiano la medesima ‘radice’ (déon).

6 febbraio

Patacca! - E' la parola che si sente e si vede tanto, ultimamente, 'grazie' a Valentino Rossi, Paolo Cevoli, e alla pubblicità che fanno. Non solo: patacca l'ha usata anche il comico Giacobazzi nelle sue presenze all'ultima edizione di Zelig. Ma cosa significa, veramente?, e: ha un solo significato etimologico? Beh, stando a Giacobazzi sì , e pure per Rossi e Cevoli, sembrerebbe, perché se fossero stati veneti avrebbero detto... Ma vediamo, ascoltiamo le Fonti:

patacca - Vc. d'orig. incerta, diffusasi probabilmente dalla Provenza. [In pratica, per quanto riguarda il DELI, è tutto qui, sul piano etimologico. Ma letteralmente invece...]: 'moneta grande ma quasi senza valore' (av. 1665), 'oggetto da nulla venduto a caro prezzo ad acquirenti sprovveduti' (siamo già ben più in qua nel tempo: 1923), 'distintivo, medaglia' (ci dicono nel 1891), 'macchia di sudiciume, spec. di grasso' (siamo al 1870); pataccone, 'grossa moneta' (già visto, ma qui siamo nel 1640), e in seguito (ancora nel 1891) 'orologio da tasca grosso e vecchio' [ndr perché vecchio? Boh!]; e ancora, ma proviene dal 1875, 'chi è solito riempirsi gli abiti di macchie'.

Ora, come vi rendete ben conto anche voi, nessun significato letterale qui riportato può avere attinenza con l'esclamazione del MotoValentino: "Ma va là, patacca!", anche perché Cevoli - pur essendo rotondeggiante e non proprio piccolo - non assomiglia né a una moneta, né ad un oggetto di poco prezzo ecc., né tantomeno ad una macchia o distintivo o orologio da tasca. Eppure, l'etimologia non ci ha detto un bel nulla. Allora, cosa facciamo? Andiamo a sentire il DEDI (Dizionario Etimologico dei Dialetti Italiani, UTET). Sentiamo, e stiamo attenti anche a come riporta il termine:

patàca - s.f. - (romagnolo). 'Sciocco, minchione, babbeo' [ndr: poi il DEDI ci racconta che p. era originariamente la famosa moneta di cui sopra, ma poco dopo...] Il passaggio da 'moneta di pochissimo valore' a 'sciocco' si può spiegare, quindi, facilmente, ma non è escluso che si sia passati attraverso il significato intermedio e diffuso anche altrove (Marche, Umbria), facile da intendersi, di 'natura della donna':-> móna.

E ti te se' 'n mona! - Sapete già, vero? Ma qui si tratta di etimologie, quindi proseguo, anche se di curioso davvero non c'è poi granché. Sono però sicuro che voi, grandi appassionati di etimi e di lingua in generale, apprezzerete comunque lo sforzo. Dunque, dico subito che il DELI - appena consultato per patacca - in questo caso tace. Anche il Vocabolario della lingua italiana Treccani, pur riportando la voce, non fa cenno all'etimologia (nel senso che scrive: [etimo incerto]).
Tuttavia, lo stesso vocabolario, alla voce precedente, e cioè:

mòna - [ndr: e non: móna, attenzione!] prob. dallo spagnolo mona, abbrev. di maimón, nome di una specie di scimmie, e questo dall'ar. maimūn (cfr. mammone³). [ndr: questa è l'etimologia della scimmia e/o di un tipo di scimmie, come si può
notare anche dall'accento aperto della 'o'. Ma potete comunque andare a vedere pure la voce gattomammone, qui in Etymos]. Nulla per quanto riguarda l'etimo della voce che ci interessa.

Allora sfogliamo il DEDI, andiamo alla M, poi alla...

móna - s.f. (veneto; veneto giuliano; trentino). 'Potta' e in senso figurato 'sciocco'. La voce ha un corrispettivo nel neogreco mounì [...]. Diversamente l'omofonia con monna 'bertuccia, scimmia' (dall'arabo maimūn) potrebbe far sospettare un traslato dallo zoonimo (ma non sono mancate altre ipotesi etimologiche tra cui il nome di persona Mona da Simona). [Ndr: preferisco pensare - e spero siate d'accordo - che, insomma, 'sta mona derivi da Simona, piuttosto che da una pur simpatica scimmia! O no?].

Deontologia - Anche questo - Deontologia - è un termine... trendy. Però l'intervento questa volta non è determinato dal suo essere in voga, di moda; bensì da una richiesta fatta da un amico a mia moglie, e da mia moglie a me. Questo dunque lo spunto, l'abbrivio, della spiegazione (e questa volta 'forzatamente' non solo etimologica) del termine deontologia. (Breve flash-back: mia moglie arriva a casa e, il tempo di mettersi comoda, viene in cucina perché deve cucinare seppie in umido con piselli, accompagnate da una polenta lenta. Io sono in
cucina, sto sorseggiando del vino bianco freschissimo accompagnato da una...bionda. Silenzio. Poi mia moglie pone la domanda: "S. mi ha detto che deontologia è un termine 'fondato' da Kant, che è stato il primo deontologo..." "Kant il primo deontologo? - domando interrompendola stupito - forse il primo ontologo!", esclamo (ma poi non è vero, nella Storia della Filosofia). Mia moglie tiritì-e-tirità, poi dice: "Sì, vabbè, ma cosa vuol dire deontologia?, mi ha domandato S.")

deontologia - [significato lett.le]: 'trattazione dei doveri inerenti a particolari categorie di persone' (av. 1855, A. Rosmini). [Etim.]: Inglese deontology, derivato dal greco déontos, genitivo di déon 'dovere' col suff. - logy 'logìa': "coniato da Bentham, appare nel trattato postumo Deontology or the Science of Morality, 1834" (Migliorini, Onomaturgia, 1975).

3 febbraio

Italiani, che vitelloni! - Eccomi di nuovo, dopo una settimana di sospensione a causa, tra l'altro, di problemi virali che hanno colpito la beneamata macchina; ma anche perché sono rimasto non poco indeciso sul da farsi, ossia non sapevo scegliere di quale o quali parole riportare l'etimo (e sarete d'accordo anche voi che in effetti non è per niente facile, dato l'enorme numero dei termini). Infine ho pensato: ma come?, hai dato l'etimo di Napoli, di Avella e Avellino, di Benevento, di Milano, di Monza... e non hai ancora spiegato quello del Paese in cui queste città si trovano? Ecco quindi l'etimo di Italia.

Italia - coronimo di origine osca; corrisponde ad un osco Viteliu con caduta di v- ed evoluzione di -i- ad -e-, solitamente accostato all'umbro vitluf 'vitello', latino vitulus. Infatti, tra le diverse interpretazioni sull'origine del nome, una tradizionale è quella di "terra dei vitelli" [...]. Questa etimologia è stata reinterpretata da alcuni studiosi che hanno ipotizzato un originario Italia = "terra degli Itali", popolo che avrebbe come totem il vitello (italos); perciò la denominazione si fonderebbe sull'uso antichissimo di divinizzare l'animale totem della tribù. Ancora, l'Italia sarebbe "il paese della tribù degli Itali", nome totemistico da *witaloi 'figli del toro', secondo una glossa che spiega il greco ίταλός con 'toro'. Un'altra ipotesi si basa invece su una forma *Diēi-italia, *Diovi-telia, per cui Italia sarebbe l'equivalente di 'paese del giorno, della luce'. Tra le leggende d'età classica relative al nome Italia, si ricorda quella del principe enotrio Italo, l'eroe eponimo che avrebbe dominato il sud della penisola. E' noto inoltre il mito raccontato da Ellanico, secondo il quale Eracle, traversando l'Italia per condurre in Grecia il gregge di Gerione, perde un capo di bestiame e lo ricerca affannosamente; avendo saputo che nella lingua indigena la bestia si chiama vitulus, chiama Ουιταλία tutta la regione.

28 gennaio

Avella, madre di Avellino e (forse) figlia della Mela - Stando a ciò che ci racconta il Dizionario di Toponomastica (UTET, d'ora in poi DITOP), Avella, a 21 chilometri da suo figlio, una popolazione di circa 6.000 abitanti (ma il dato in mio possesso relativo agli abitanti risale a ben 17 anni fa), situata in una bella conca verdeggiante, come dal titolo sembra sia figlia della Mela. Auscultiamo:

Avella - L'antica Abella, con l'etnico Abellanus, ha varie attestazioni d'epoca classica e principalmente quella virgiliana [...] che conferma un'interpretazione [sottolineatura mia] del toponimo come la "città delle mele", da un indoeuropeo *abel- 'mela' (da cui l'antico irlandese aball, l'antico alto tedesco apful, il gallico avallo ecc.). [...] Un'altra etimologia, giudicata poco plausibile, derivava il nome da un *aprōla, 'città del cinghiale' (cfr. latino aper). Altra spiegazione, erudita ma fantasiosa, propone il Giustiniani [nel XVIII-XIX sec.]: "Avella gode di buon'aria, ma i venti, che spesso soffiano dalla parte boreale, la inquietano di molto, e fino a devastare i suoi territorj. Quindi alcuni hanno fatto derivare il suo nome da Αελλα venti vertigine".

Avellino - [Come ho detto, figlio di Avella, infatti...] Il toponimo deriva dalla stessa parola che si ritrova nel nome antico Abella:- -> Avella.

26 gennaio

Arabo - Termine forse al 'top' tra le parole che si leggono e si sentono (insieme a tolleranza, strage, laico, cattolico - che abbiamo già visto -) e Islam, islamico (che certamente vedremo)

arabo - Voce dotta latina ărabu(m) dall'arabo àrab 'beduini nomadi', col derivato arăbicu(m). Gli arabeschi sono chiamati così perché tipici dell'arte araba, che non ammetteva la rappresentazione della figura umana. [Nota mia: secondo me non è del tutto esatta, questa etimologia, in quanto - se non sbaglio
- il divieto di rappresentare figure umane risale alla nascita della religione islamica, quindi molto tempo dopo che i latini fecero la conoscenza degli arabi. Ma così è scritto nel DELI e così ovviamente riporto pari pari. E voi, cosa ne pensate?].

islàm - dall'arabo islām, 'sottomissione' (dal verbo aslama 'sottomettersi'), sottinteso: 'alla volontà divina'. [Sentiamo ora il termine letterale: religione monoteistica, fondata da Maometto, che predica la totale rassegnazione a Dio e le cui regole sono enunciate nel Corano dettato da Maometto stesso (1869)].
Per quanto riguarda l'aggettivo islamico, mi sembra inutile dilungarsi. Tuttavia faccio notare che il DELI, in relazione al termine Islàm, rimanda alla voce musulmano (e mi pare ovvio e quindi si vedrà anche tale voce).

Per adesso vorrei terminare con alcune piccole e futili mie considerazioni: perché noi occidentali vogliamo (o vorremmo) cambiare la loro mentalità, la loro cultura? Se la società musulmana si fonda su certi princìpi e su certi valori che non fanno parte della nostra cultura, a noi, che male ci viene? Noi occidentali siamo diversi, e i musulmani sono diversi da noi. I musulmani vogliono, per motivi religiosi che a noi non devono riguardare, essere sottomessi, mentre noi no. Però un poeta occidentale di nome Eugenio Montale ha scritto una poesia che termina con questi versi: solo questo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. (I musulmani, forse e nonostante tutta la loro sottomissione - alla volontà divina - invece sanno cosa sono e cosa vogliono).

Rassegnàti a Dio, ovvero salvàti - Sì, proprio così (stando al DELI e alle sue fonti): rassegnàti a Dio, cioè salvàti. Questa potrebbe essere una ragione profonda per cui alcuni musulmani combattono così strenuamente le loro guerre.

Preciso ancora una volta che in questo spazio virtuale chiamato Etymos, non voglio fare polemiche (cioè guerre, battaglie) di alcun tipo. Ma mi preme sottolineare che personalmente NON sono d'accordo su tutto quello che noi occidentali abbiamo fatto di male in Casa degli altri pensando che invece fosse bene. Mi fermo qui, e vengo subito all'etimologia di musulmano (e si veda qui sopra Islàm e Arabo).

musulmano - Dal personale muslimān, plurale dell'arabo muslim 'aderente all'Islam'; propriamente, come scriveva G.F. Gemelli Careri, 'rassegnàti a Dio, ovvero salvàti (dal verbo aslama con i due significati confusi di 'rimettersi a Dio' e 'professare l'Islam').

22 gennaio

Gatto (1) - L'etimologia di gatto non è poi così lunga da richiedere più di un intervento; però, disponendo io di due fonti, e avendo il termine stesso a che fare con fruste, scioperi, quantità, mostri immaginari, pesci ecc. ecc., devo inevitabilmente dedicare più spazio (e non mi dispiace affatto: adoro i gatti, in casa ce n'erano due, Sweezy e Biso; poi Sweezy a ventitré anni decise di andarsene dicendo "sono abbastanza grande, me la so cavare da sola, grazie di tutto ma', grazie di tutto, pa'... e poi non ne posso più di 'sto rompiglione di Biso, che continua a corrermi dietro, a farmi agguati e ogni altro tipo di cattiverie e dispetti! E pensare che è grandicello anche lui!, ha sedici anni compiuti!" Così, il 31 gennaio 2006, Sweezy prese il volo. Rimase allora Biso, e quando seppe che la sua compagna di vita se n'era andata per sempre diventò tristissimo, così triste che faceva perfino fatica a dare i bacini sulla guancia alla mamma - e non rideva più e giocava di malavoglia. Allora pensammo che un compagno gli avrebbe fatto piacere. Il 24 giugno 2006 - dopo non pochi tentennamenti da parte nostra - entrò in casa Zizou - 40 giornini - un negretto dagli occhini ancora azzurri. Tra i due furono baci, abbracci, zuffe, rincorse, leccate d'orecchie e di musi, zampate e zampate e zampate! Ma forse Biso era già stanco, o forse gli mancava così tanto la compagna della sua vita, che anche lui non molto tempo dopo decise di andarsene, ma senza dire nulla, solo pochi sussulti, e nella notte tra il 24 e il 25 agosto 2007... E' rimasto Zizou, negro
dolcissimo, a volte un po' spaurito - ma dev'essere la prima volta che scende su questa Terra - a guardare noi e il mondo che lo circonda con i suoi bellissimi occhi d'oro).

La prima fonte ci lascia un po' così; insomma, non soddisfa poi molto, ma tant'è.

gàtto - Lat. tardo (Palladio, sec. IV) căttu(m) e cătta(m) - con i doppioni găttu(m) e gătta(m) - entrati tardivamente nella lingua, sostituendovi il prec. fēle(m) (cfr. felino), probabilmente con l'introduzione a Roma dell'animale domestico. Ma l'orig. di questo, come del suo n., sono ancora oscuri.

gatto (2) - In "Gatto (1)", ho dato la prima delle due etimologie di gatto, di questo essere meraviglioso quanto misterioso e affascinante. Peraltro - e sarete d'accordo - si è trattato di un etimo che non chiarisce, non fa 'luce', e quindi il termine resta avvolto dalla stessa foschia che avvolge il Lambro (vedi, anche Lambretta). La fonte della prima etimologia era il già citato Dizionario etimologico della lingua italiana (DELI, d'ora in poi). Questa seconda etimologia proviene invece da Le origini della cultura europea (OCE, d'ora in poi) di Giovanni Semerano (Leo Olschki editore, Firenze, 1984-1994), opera che può definirsi 'monumentale' (è infatti composta di quattro volumi per un totale di poco meno di mille pagine). E precisamente proviene dal vol. II, tomo secondo: Dizionario della lingua latina e di voci moderne. Dunque, il termine di partenza non è più gatto, ma il suo equivalente latino. E allora, cosa ci racconta Giovanni Semerano, in merito alla nostra piccola e dolce e affettuosa creatura? Ascoltiamo:

fēlēs, -is - (fēlis, faelēs, faelis) f. gatta, gatto; ladro, rapitore (Plauto, Pers.), martora. Né i Greci nè i Romani si lasciarono incantare dai gatti come gli Egizi. Plauto resta più vicino al significato di base, che designa dalle origini una specie di predatore come la faìna, capace di penetrare e irrompere in un pollaio: faelis rende la base corrispondente ad accadico pallišu (ladro, scassinatore), pālišu (che irrompe); gatta ("cattus": Palladio) di base semitica semanticamente affine: ugarico hbt, *htt, habbātu (ladro), habatu (rubare, detto di bestiame); habātu (fare incursione).

Gatto (3) - In "Gatto 1" ho detto che il termine gatto ha a che fare anche con fruste, scioperi, ecc. Ed è vero, ma si tratta di locuzioni e non di etimologia (che vedremo più avanti). Però mi piacciono lo stesso perché le trovo 'curiose', quindi le riporto (alcune, nèh!). E poi scommetto che pochi tra voi sanno cosa siano un gatto selvaggio (no, non è ciò che credete), un gatto selvatico (no, non è ciò che pensate), un gatteggiamento (già, cos'è?, lo sapete?) e il gattomammone?, e il... gattonare? (queste locuzioni o parole, significano altro da ciò che comunemente si sa); e, ancora, cosa significa gattopardesco?, nonostante questo aggettivo sia di così grande attualità tanto che lo viviamo tutti ogni volta che ci sono le elezioni (ma non solo, e noi, noi cittadini comuni, normali e mortali esseri umani, ci caschiamo come ebeti ad ogni elezione). E via, cominciamo:

gatto a nove code, 'staffile con nove strisce di cuoio' (1918), [e ri-vedi l'omonimo film di Dario Argento, ndr];

gatto selvaggio, 'forma di sciopero che boicotta la produzione industriale mediante la sospensione dal lavoro alternativamente in uno o in un altro settore della catena di montaggio' (1970, Zing.); lo sciopero a gatto selvaggio (sul quale poi si sono innestati aquila selvaggia (del personale di volo), timone selvaggio (dei marittimi), locomotiva selvaggia (dei ferrovieri) - ed altri ancora -) traduce l'ingl. d'America wildcat strike, che dal 1943 indica precisamente uno sciopero non autorizzato dai sindacati.

gatto selvatico, 'piattaforma poggiata sul fondo per trivellazioni petrolifere subacquee' (1973, Zing.); come sondaggio per la ricerca del petrolio risale all'ingl. wildcat (well), usato in America fin dal 1883.

gatteggiaménto, 'tipica luminosità degli occhi dei felini (1939, A. Palazzi); anche 'effetto luminoso caratteristico di taluni minerali' (1817, Bossi);

gattomammóne, 'mostro immaginario delle fiabe' (av. 1331); in gattomammone si riconosce il mammone degli antichi (Maimonus soprannome a Genova nel 1172, e mamone nella canzone del Castra, sec. XIII); deriva dall'arabo 'maimūn' 'scimmia', letteralmente: 'fortunato, che porta fortuna' (per eufemismo, perché la scimmia era considerata un animale diabolico). Si deve notare che nei testi più antichi il senso è ancora quello di 'scimmia', mentre il significato di 'essere fantastico' è successivo e prob. influenzato dal Mammona evangelico.

gattonàre, 'avvicinare la selvaggina strisciando accovacciato al modo dei gatti (1922, F. Paolieri), 'andare a tastoni nel buio' (1598, Florio)

gattopardesco, 'detto di chi, a proposito di una certa situazione politica, economica, culturale, asserisce che si deve cambiare tutto perché in realtà non cambi nulla' (1963, Migliorini)

Gattopardo - è un pardo (da caccia), "molto feroce, falsamente creduto generato dall'accoppiamento del leopardo con una gatta, o di un gatto con la pantera".

 

21 gennaio

La strage è sulla strada - ...e non poteva essere diversamente. Già, perché la strage è strettamente legata alla strada - anche se non proprio in tutti i sensi; infatti una strage può essere compiuta anche in casa, o al bar, in discoteca, alla fiera, su un mezzo pubblico ecc. -. Però, però, la strage resta comunque e per sempre indissolubilmente legata alla strada. Letteralmente, strage significa 'uccisione violenta d'un gran numero di persone o animali' e con questa accezione è attestata già nel 1518; in seguito è giunta un'altra accezione (si vede che in quell'anno il numero degli studenti che avrebbero dovuto ripetere fu davvero notevolissimo): infatti, nel 1960, strage è anche 'grande numero di bocciature'; ma circa un secolo prima - esattamente nel 1863 - ha un significato generico che esula dalla malasorte: vuol dire semplicemente 'grande quantità', e così si allontana dal significato primario, originario, ossia etimologico. Vediamo:

stràge - Vc. dotta, lat. străge(m) 'abbattimento, macello', da stĕrnere 'stendere', abbattere'.

E la strada...?

stràda - Lat. tardo străda(m) sottinteso (vĭam), cioè 'via lastricata': forse sost. di strātus, part. pass. di stĕrnere 'stendere, lastricare', d'orig. indeur.

20 gennaio

pane carasàu - Da scarassàre - (salentino), 'fendere'; [...] (sardo: carasiare, carasare [...] in sardo è molto comune l'espressione carasare su pane, pane carasàu 'si dice del pane di frumento duro, che ha fatto la crosta'.

19 gennaio

La coda, il penepiàno e il pènero - Qualsiasi cosa vi sia venuta in mente leggendo il titolo non è vera. Sta tutto nella vostra immaginazione. E come ho già detto, parole che sembrano 'vicine' possono essere distanti, e termini che si credono assolutamente lontani l'uno dall'altro possono essere invece affini. E ancora: visto che la lingua riserva tante sorprese, si potrebbe pensare che alcune parole, in quanto sconosciute o quasi, racchiudano significati (e questa volta non soltanto etimologici) di chissà quale difficoltà concettuale; come, appunto, penepiàno e pènero. Eppure chissà quanti di voi, facendo una passeggiata in campagna, magari durante le ferie estive, hanno camminato su di un penepiano!, o hanno apparecchiato la tavola con una tovaglia con il pènero! Invece la coda può riservare sorprese (almeno in italiano). Vediamo (inteso sempre sinestesicamente) dunque:

penepiàno - Ingl. peneplain, comp. del lat. pāene 'quasi' (d'etim. incerta) e ingl. plain 'piano': la voce fu proposta dal geografo americano W. M. Davis (1850-1934) in uno studio del 1889, che riguarda la morfologia delle formazioni triassiche della valle del Connecticut. - s. m. - 'regione leggermente ondulata o quasi pianeggiante, modellata dall'azione degli agenti esogeni protrattasi per lunghe ère geologiche -.

pènero - Forse dal lat. parlato *pĕdinu(m), da pēs, genit. pĕdis 'piede'; s. m. - lembo dell'ordito non tessuto, lasciato come frangia ornamentale' (1334 [...])

E la coda? La coda in realtà non c'entra, eppure c'entra, se anch'io come voi (se lo avete fatto) mentalmente, idealmente abbiamo associato penepiano e penero a pene. Dunque...

pène - Vc. dotta, lat. pēne(m) 'coda', poi [neretto mio] 'membro virile' d'orig. indeur. [ndr: in effetti, l'accezione 'membro virile' è piuttosto recente, risale al 1775].

18 gennaio

Ancora làico - L'etimologia del termine làico l'abbiamo già vista; la fonte era l'autorevole e già citato Dizionario etimologico della lingua italiana, e sull'etimo non c'era (e non c'è) nulla da dire, a parte che è leggermente breve. Allora sono andato ancora alla ricerca, perché ricordavo di avere letto un'etimologia più ampia (quindi anche più approfondita); non ricordavo male, infatti l'ho trovata, e l'ho trovata in un dizionario che a parer mio è un puro gioiello della linguistica, fino ad oggi - se non sbaglio - ineguagliato. Si tratta del D.i.r. - Dizionario italiano ragionato - edito (se ancora non erro) in unica edizione nel gennaio 1988 (vent'anni fa!) da G. D'Anna di Firenze, sotto la direzione di Angelo Gianni. Ripeto: si tratta di un gioiello della linguistica oggi non facilmente reperibile, ma che invece meriterebbe di essere ristampato, anzi: ne dovrebbe essere fatta una nuova edizione ampliata. Ebbene, cosa ci racconta, in più, il D.i.r. sull'etimo di làico, che come abbiamo visto è stato coniato dalla stessa Chiesa? questo:

làico - [...] in contrapposizione ai religiosi, ai chierici, che costituivano nel Medioevo una parte sociale ben distinta (quella detta nel lat. tardo clerus, gr. kléros "parte").

Ecco, adesso si capisce meglio e di più, il làico.

Due Tarocchi e un Golem - Pochi giorni fa, nell'intervento intitolato Matto morto, matto opaco ma (forse) non pazzo (vedi più in giù) ho accennato pure ai Tarocchi (gioco) e in particolar modo alla carta: il matto. Beh, adesso metto da parte il matto e
vengo al tarocco, anzi: ai due tarocchi, sì perché come tutti sapete esistono due tipi di tarocchi: il Tarocco-gioco-di carte, e il Tarocco-frutto-di Sicilia.
E il Golem, vi domanderete, cosa ci azzecca?, che c'entra? C'entra, c'entra...
L'etimologia di entrambi i Tarocchi, stando alle diverse fonti autorevoli che ho debitamente consultato, è semplice, semplicissima, e pertanto qui sotto la riassumo in Tarocco (1,2):

Tarocco (1,2) - Etim. sconosciuta.

Più semplice di così si muore.

Però, un'etimologia di Tarocco (1=gioco dei T.) c'è. Infatti, scoprendola, mi sono domandato perché i linguisti non l'abbiano presa in considerazione (a me sembra davvero seria, cioè credibile in quanto etimologia vera e non paraetimologia -ossia creata dalla pura e 'semplice' fantasia -; a mio parere, nel Golem, romanzo che Gustav Meyrink scrisse nel 1915, il significato originario del termine Tarocco (o Tarocchi) è tutt'altro che fasullo. Udite! udite!

"'Tarocco' o 'tarot' ha lo stesso significato dell'ebraico 'tora' che vuol dire legge, o dell'antico egiziano 'tarut' che significa 'l'interrogata', o, nell'antico zendo, della parola 'tarisk' che vale 'io esigo la risposta'". Cosa ne pensate?

(Intervento di Antares666: Penso che siano etimologie illusorie. Per quanto riguarda l'antico egiziano, occorre fare attenzione al vocalismo, senza contare che la -t del femminile non si pronunciava già più nel Medio Regno.)

Il porco semilanùto, i fratelli Medio e Lano (cugini di Romolo e Remo) o il frate laico? - Che peccato! Ancora una volta, volendo fare una sorpresa su quanto di etimologicamente andrò a scrivere, mi sono tradito e avete - di nuovo - capito tutto. Peccato davvero, ma vi giuro che non succederà più, più! Comunque... come ho detto ieri (e anche voi sarete d'accordo, spero) le leggende sono molto più belle - a volte - della verità. Le leggende alimentano il sogno, fanno 'vedere' le cose diversamente e soprattutto non sono mai prosaiche. La leggenda forse è più vera del vero: basta crederci (come in tutto, d'altronde). La leggenda affascina perché lascia le 'cose' coperte da quel velo leggero, oscuramente chiaro o chiaramente oscuro della foschia, o della nebbia. E sappiamo bene che sia l'una sia l'altra (soprattutto) 'nascondendo', 'celando' in tutto o in parte ciò che circondano, lo rendono più misterioso e dunque, appunto, affascinante, oggetto di nuova scoperta. Immaginiamoci quindi una pianura avvolta da una densa foschia, folti boschi di querce, e un maiale che vagola tra le imponenti piante, tranquillo, ogni tanto grufolando e sgniffando col suo bel muso piatto la terra in cerca di ghiande di cui è ghiotto. O immaginiamoci due esseri umani (così strani!) alla ricerca di una qualche notorietà e già imprenditori ante litteram, in questo caso un po' copioni e forse pure invidiosi dei loro cugini romani.
Oppure un frate laico, inventarsi la leggenda della nascita della città di...

Milano - secondo una leggenda sarebbe derivato dai nomi di Medio e Lano, i due fondatori eponimi; secondo un'altra, per essersi trovato colà un maiale per metà lanuto (medio/lana) e per metà setoloso. Ed ancora, tra le più strane congetture etimologiche, si ricorda quella di Bonvesin de la Riva [il frate laico, ndr, 1240-1315] il quale diede addirittura un'interpretazione cabalistica: "le lettere stesse onde il suo nome si compone alludono alla sua celebrità... E non senza ragione profonda il nome 'Mediolanum' comincia e termina con la lettera 'm' ad indicare il numero 'mille'; e nel suo mezzo racchiude le lettere 'o' e 'l', simbolo l'una di rotondità e perciò di perfezione e simbolo l'altra di nobiltà e di gloria. E nello stesso nome 'Mediolanum' rivengonsi tutte e cinque le vocali, onde nulla manca alla città di ciò che ai cinque sensi dell'uomo dir si può necessario".
Cosa ne dite? Sono soltanto leggende? Forse che sì, forse che no. Ma belle son
belle.

17 gennaio

Sì, in fondo anche pazzo (ma non sùdicio) - Ieri ho scritto di matti morti e di matti opachi ma, già nel titolo, sebbene in modo dubitativo, non di pazzi (tantomeno di... sùdici). Invece oggi faccio il contrario e parlo (sinestesicamente inteso) di pazzo e di sùdicio, così, tanto per chiarire, benché, come si vedrà, il pazzo potrebbe non accompagnarsi al matto (e neppure al sùdicio). Questi due etimi sarebbero ancora da scoprire (stando alle fonti di cui dispongo; ma se qualcuno di voi è in possesso di origini più precise me lo faccia sapere, per favore).

pàzzo - Etim. incerta. Vi sono state diverse proposte, ma che non hanno convinto. 1) Il Salvioni spiegò pazzo da pătiĕns (lat.) 'paziente'; ma 2) il Nigra osservò che nel concetto popolare il pazzo non s'accompagnava al significato di 'paziente, malato', ma a quello di 'stravagante, sragionevole'. Tuttavia, nemmeno la derivazione da pupazzo (pensata dallo stesso Nigra) pare valida; né, 3) è sostenibile la connessione di pazzo (it.) con pazzo (Val di Fiemme e trevisano) 'sùdicio', e quindi la dipendenza da *pactiare (da pact- di *pactūmen, da cui pattume) immaginata da Biàdene. [Da: Dizionario etimologico... op. cit.]
A mio avviso, la proposta del Nigra (2) è valida, anche se non riesce di fatto a dimostrare l'origine del termine (che compare, col medesimo significato, verso il 1280); ovviamente sono da scartare la prima e tanto più la terza proposta.
Dunque: il 'matto morto' non ci sta, ma il 'matto opaco' in fondo sì.

Aggioghi o sei coniugato? Sta' tranquillo, stai facendo yoga! - Però così non vale più. Sì, perché mi rendo perfettamente conto che già dal titolo capite tutto. Allora basta, basta titoli che lasciano trasparire, immaginare cosa c'è scritto, quale origine ha il termine. D'ora in poi sarò più chiaro e diretto! Ho letto proprio questa mattina, sul Corriere della sera, che è tornato di moda lo yoga, e che oltre ai praticanti seri ve ne sono altri che seri non sono, anzi: qualcuno li ha definiti cafoni. Beh, di cafoni (e burini) ne parleremo semmai prossimamente, adesso invece vorrei vedere insieme a voi cos'è lo yoga.

yòga - Voce sanscrita, lett. 'unione' (dell'uomo con la divinità), dal verbo yunákti 'congiungere', di orig. indoeuropea, parallelo al latino jŭngere 'portare al giogo'.

Romolo e Remo, il porco semilanùto, e la colomba - Beh, contraddicendomi su quanto scritto poco fa a riguardo dei titoli degli interventi, ne ripropongo un altro. Perché questa volta - forse - non ci arrivate così facilmente, alla soluzione. Anche se i due fratelli più famosi del mondo possano farvi 'intracomprendere' (perché no?, se si dice intravedere?) a cosa mi riferisco. Romolo e Remo (detto anche Remolo, alla Berlusca) furono fondatori, nevvero? Sì. E tutti sappiamo di cosa. Forse lo fu anche il porco semilanùto (ma questo si vedrà in seguito: la fantasia - o la verità - umana non ha e non può avere confini, come sappiamo); in questo intervento mi limito alla Colomba, cioè a Monza (avevo detto che ci sarei andato, o venuto, a seconda dei punti di vista). Allora:

Monza - La tradizione vuole che sia stata fondata da Teodolinda, la quale, avuta a Pavia la visione di una colomba che le comandò di fabbricare una chiesa nel luogo che essa le avrebbe indicato, in tre successivi luoghi, fra cui Milano e Sesto, si vide apparire la colomba che la indusse a proseguire, dicendole tre volte "etiam!" 'ancora!'. Giunta nel luogo ove poi sorse Monza, la colomba disse "modo", cioè 'ora sì'. La leggenda, illustarata nei dipinti della cappella di Teodolinda a Monza, offre anche un'interpretazione del toponimo che, tra le forme storiche, presenta anche la variante "Modoctia". Non è questa l'unica congettura proposta in passato dagli eruditi. Si può ricordare anche un accostamento a monte, al latino modica (curtis), e in particolare al toponimo tedesco Magonza, l'antica Maguntia; di ritorno da questo luogo, i legionari romani, al seguito di Druso, avrebbero fondato Monza sul sito di Modicia (una delle forme medievali di Monza), centro che sarebbe appartenuto ai Galli. Il
nome della città è documentato dall'anno 768, poi 892 ecc. come Modicia, Moedicia, Moeditia, Moicia. Verosimilmente, la forma base dev'essere Modicia, con l'accento sulla prima sillaba, poi *Mo(d)cia, con successiva epentesi di n, mentre Modoetia, Modoecia sono rifacimenti eruditi. Quanto a Modicia, si tratta, molto probabilmente, di un personale latino Modicia.
D'accordo per la vera etimologia; ma quanto è più bella, la leggenda! Tornerò presto, insieme al porco semilanuto!

16 gennaio

Tolleranza/laico - Due tra i tanti termini che si sentono, si leggono ogni giorno e di cui si parla ormai da molto tempo. Due parole che sono in stretto rapporto con argomenti religiosi; due parole, insomma, di grande attualità e, perché no, di un certo 'rilievo' anche politico oltre che sociale. Tanto per dirne una: il laico presidente Napolitano, riferendosi all'annullamento della visita del papa alla Sapienza, ha definito "un'inammissibile intolleranza" il comportamento di alcuni docenti che, appunto, non avrebbero gradito la presenza del pontefice. Ma c'è anche la diatriba tra laico e cattolico per quanto concerne, per esempio, la difesa o meno della famiglia tradizionale; e poi, ancora più importante dal punto di vista della politica internazionale, c'è la tolleranza che dovremmo dimostrare noi occidentali nei confronti degli islamici (tolleranza sì, ma fino a un certo punto, diciamo, senza capire che ponendoci il limite del fino a un certo punto diventiamo intolleranti e quindi dovremmo combattere noi stessi) Ma io non faccio politica e non difendo né accuso nessuno. Questo spazio è dedicato alla linguistica, alle parole, e soprattutto ai loro significati 'primi', ossia 'ultimi', cioè 'veri', profondi. Anche da questo punto di vista, si può chiarire e capire il mondo, infatti; anche da questa prospettiva - che a volte riserva sorprese e aspetti ironici, come vedremo - si può comprendere la società di cui siamo parte. Allora, in ordine non alfabetico ma di importanza, ecco l'etimo del primo termine:

tollerànza - V. tolleràre.

tolleràre - Vc. dotta, lat. tolerāre (e questa grafia influenzerà anche l'italiano con l'introduzione di variazioni con tol- anziché con l'affermato toll-), legato al v. tŏllere nel suo primitivo significato di 'portare, sopportare' (V. tògliere). Latini anche i derivati tolerābile(m), tolerănte(m), tolerăntia(m). Questa famiglia di parole conobbe una larga espansione nel sec. XVIII, quando le dispute sulla tolleranza religiosa si fecero vivacissime [Corsivo e neretto sono miei].

Ora il più breve e prosaico laico, il cui etimo purtroppo non mi affascina, ma che può sorprendere, e quindi divertire ma anche far in qualche modo pensare, se si tiene conto - come si vedrà - di chi l'ha coniato.

làico - Vc. dotta, lat. lāicu(m), che la Chiesa [neretto mio] (Tertulliano) aveva preso dal gr. per indicare ciò che era 'proprio del popolo (in gr. laïkós)'

Infine: l'espansione della tolleranza (ma solo come termine linguistico) si ebbe proprio quando ci furono dispute sul piano religioso (come in questo nostro tempo!); e laico fu coniato proprio da chi non lo era! Incredibile, davvero incredibile, davvero 'meraviglioso', l'essere che si autodefinisce umano!

Matto morto o matto opaco, ma